#30annidiNiem: «Avanti sempre, passo per passo»

Non potevamo non lasciare la “parola” per primo ad uno dei fondatori della missione: padre Arialdo Urbani, che dopo il lungo peregrinare in diverse parti del mondo (appena ordinato in Tahilandia, poi in Brasile e per finire in Costa d’Avorio) ha trovato il suo luogo ideale nel villaggio di Niem.
Sono arrivato a Niem a dicembre del 1986. Ho trovato una cappella e la brousse tutt’intorno. La cappella era assistita dai cappuccini, che venivano uno o due volte all’anno, poi ce n’era una seconda a 80 km, visitata una volta l’anno. Dovevo sistemarmi e ho pensato di fare una casetta in paglia, come nel luogo si usa; poi ho cominciato il mio lavoro.
Ero stato destinato qui come parroco, per creare la parrocchia che non esisteva e studiare le caratteristiche del posto per vedere come aiutare questa gente. Ho cominciato allora a girare per vedere le necessità dal punto di vista pastorale e mi sono accorto che l’istruzione era a zero: nessuno parlava il sango, nessuno parlava il francese, tutti usavano il baià (un dialetto della zona) e – proprio per evitare che la gente continuasse a parlarlo – io non l’ho imparato. Ma mi sono detto: qui c’è da fare per tirar fuori questa gente dall’ignoranza e dalla povertà intellettuale.
Quando sono arrivato c’erano 3 o 4 scuole statali nella zona: funzionavano abbastanza bene, ma la maggior parte della regione non era coperta, c’erano tantissimi villaggi e tantissimi bambini che non potevano andare a scuola a distanze di 20 o 30 km. Ho cominciato così il mio progetto di fare una scuola ogni 10 km. La prima è nata in un villaggio dove c’era già un maestro che faceva lezione a una ventina di ragazzi: lavorava per due mesi, finché duravano i soldi della paga, poi a gennaio le lezioni finivano e l’anno dopo tutto ricominciava da zero. Allora gli ho proposto: facciamo uno sforzo, concludiamo l’anno, facciamo gli esami e l’anno prossimo andiamo avanti. E’ così che ho creato la prima scuola, poi ne sono venute fino a 18 per un totale di 2600-2700 alunni, a distanze anche di 100-130 km da Niem, con strade impraticabili.
Negli ultimi anni ci sono stati sconvolgimenti politici, colpi di Stato, insicurezza; oggi tre scuole si sono perse e ne sono rimaste 15 per circa 1900 alunni. Trovare insegnanti sul posto è molto difficile. Da Bouar vengono alcuni giovani che hanno frequentato il liceo o il seminario, ogni anno facciamo un corso di formazione con esperti inviati dal governo e sono contento perché anche dal ministero riconoscono il nostro lavoro.

Le nostre scuole durano 6 anni, corrispondono alle elementari praticamente. Ma quelle pubbliche non funzionano 20 anni e, se non ci fossero state le scuole della missione, sarebbe cresciuta una generazione totalmente analfabeta. Totalmente. E noi non ci rendiamo conto di cosa vuol dire essere analfabeti. Solo il fatto di imparare a leggere a scrivere e qualche nozione… Poi i più dotati si fanno continuare in città, a Bouar e anche oltre, ci sono diplomati, tecnici delle telecomunicazioni, gente che si è preparata e comincia adesso a lavorare. Durante le ultime elezioni ho trovato uno stuolo di ragazzi usciti dalle nostre scuole che seguivano il deputato della zona per incoraggiarlo, per fare propaganda e convincere che si poteva cambiare.
Qualcuno è stato mandato a studiare a Bangui all’università, qualcuno addirittura anche all’estero; abbiamo laureati in economia e commercio, avvocati, diversi adesso lavorano da noi o per l’Onu… Uno che abbiamo fatto studiare in Burkina Faso, adesso è tornato e l’hanno scelto come responsabile della Caritas in diocesi: mi fa piacere quando lo vedo spesso passare nei villaggi per incitare la gente a uscire dall’immobilismo e costruire qualcosa. Ed è tutta gente che è uscita da qui, da scuole di brousse in villaggi dove la scuola non si è mai vista. Questa è la mia soddisfazione maggiore.
I ragazzi sono uguali dappertutto, alla fine, e l’Africa è indietro quanto a mezzi, ma non per idee e voglia. Adesso a Niem si può studiare almeno un po’ e formarsi, in un Paese dove non ci sono grandi prospettive di vita. Si spera che il nuovo governo, che è composto da intellettuali, possa mostrare apertura per questa gente e abbia la volontà di costruire qualcosa di positivo per un domani più sereno, perché il Centrafrica è completamente distrutto.
Quanto a me, non mi scoraggio per niente: anche quando il governo italiano, durante la guerra, consigliava a tutti i connazionali di rientrare perché la zona non era sicura e non rispondevano di eventuali rischi, io mi sono detto: e dove vado? Qui la gente è con me e io sono con loro, perché dovrei avere paura? Anche loro lo riconoscono: voi siete qui per noi. Infatti le difficoltà sono passate e ringrazio il buon Dio che mi ha dato la forza di tenere. Spero di tenere ancora, basta che si vada avanti passo per passo.

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