#30annidiNiem: «Un puntino sulla carta, un’oasi per il cuore»

Trent’anni, esattamente come la missione betharramita di Niem, Giovanni Parolari con la realtà dei padri in Centrafrica non condivide solo la data di nascita. Arrivato per la prima volta a Niem nel 2008, quattro anni dopo passerà ben 10 mesi nel Paese africano di cui oggi continua a occuparsi dall’Italia all’interno dell’associazione AMICI Betharram Onlus. 

Agosto 2008. La jeep su cui sto viaggiando con padre Beniamino svolta con decisione verso sinistra, lasciando la strada che ci ha accompagnato per oltre due ore tra fitta vegetazione e buche; pochi metri dopo ci si ferma: eccomi arrivato per la prima volta a Niem.
Mi trovavo da pochi giorni in Repubblica Centrafricana, nazione che conoscevo per nome solamente per il fatto che lì, in questo Paese in apparenza dimenticato dagli uomini e da Dio, viveva mia zia suora clarissa missionaria (proprio a Bouar!). Quei primi giorni, dopo lo shock dell’arrivo nel paese, li avevo trascorsi presso la missione di Fatima a Bouar accolto da padre Beniamino.
Sinceramente non sapevo molto della missione di Niem, se non qualche indicazione e cenni storici ricevuti durante il viaggio di quella mattinata.
Appena arrivati e scesi dal nostro mezzo, subito sono stato accolto dalla gioia dei più piccoli come ormai avevo “imparato” all’arrivo dell’ospite “bianco”: ma mentre le tante piccole mani cercavano le mie, la mia attenzione fu rapita da ciò che avevo davanti a me. Donne giovani (molto giovani) e anziane sedute su di un muretto, quasi ad attendere il proprio turno: solo più tardi ho scoperto che era proprio così e che mi trovavo giusto davanti all’ingresso del dispensario.
Una volta entrato, venni colpito da un mix di emozioni e sensazioni: la curiosità come quella di un bambino che cerca di scoprire il mondo che si apre pian piano davanti a sé, la paura di cosa avrei visto e di conseguenza come avrei reagito… Lungo tutte le pareti di questa prima stanza correvano delle panchine su cui vedevo donne sedute con piccoli in braccio; al centro della scena, chino sulla scrivania, intento scrivere su di un quaderno, un uomo bianco, vestito da medico talmente concentrato sullo scrivere correttamente nomi e numeri da non accorgersi nemmeno dell’arrivo degli ospiti.
Accortosi di noi le prime parole: «Eccovi finalmente!».

Ricordo così il mio primissimo impatto con Niem, «avamposto» centrafricano dei padri!
Padre Tiziano mi ha accolto con il suo sorriso, cercando di dedicarmi un po’ di tempo sottraendolo al suo lavoro e ai suoi pazienti.
Mentre padre Tiziano iniziava a spiegarmi l’attività e il luogo, camminando sotto i portici del dispensario per raggiungere le stanze, davanti a me vedevo malati, bambini, giovani, anziani e donne ma anche parenti; un’immagine molto più forte delle stesse parole di Tiziano.
Poco dopo mi sono trovato ad attraversare il campo di calcio raggiungendo così la casa dei missionari, dove trovo e conosco il “decano” della missioni colui da cui è iniziato tutto: padre Arialdo. Un uomo all’inizio di poche parole, un po’ “burbero” ma un vero missionario proprio come uno se lo immagina!
La giornata volò via in pochi istanti, senza sapere che proprio quella stessa missione, appena conosciuta, sarebbe diventata qualche anno dopo «casa mia».
Infatti nel 2012 durante i miei dieci mesi di volontariato trascorsi in Centrafrica, passai alcune settimane proprio a Niem dove, pur non avendo conoscenze mediche, ogni giorno mi trovavo al dispensario, aiutando come possibile Tiziano e suor Elisabetta.
Il compito che mi era stato assegnato, pur con la difficoltà della lingua, era quello, durante la mattina e il primo pomeriggio, di passare in ogni singola stanza per consegnare a ciascun paziente la propria terapia quotidiana. Proprio in questa quotidianità (all’inizio con fatica per ciò che vedevo) ho toccato con mano la povertà, la sofferenza, la malattia, ma allo stesso tempo ho respirato un’aria di speranza e di voglia di vivere. Ho visto il “prendersi cura dell’altro”: una piccola ferita medicata, la cura della malaria in piccoli e adulti, la nascita di una nuova vita in qualsiasi ora del giorno e della notte. Sono stati giorni di emozioni contrastanti, che difficilmente potrò dimenticare: quel piccolo bambino arrivato un pomeriggio su una moto scalcinata, ormai quasi esanime, e che proprio io, uscito all’esterno perché richiamato dalle grida, presi in braccio per portare nel dispensario dove padre Tiziano tentò – purtroppo inutilmente – di salvarlo. Ma come è strana la vita: quella stessa notte un pianto ruppe il silenzio della notte… Era sbocciata una nuova vita, una nuova speranza, nel mezzo del nulla.
18 maggio 2012. Sul mio diario di viaggio ritrovo queste parole: «Come tutti i giorni, anche oggi di prima mattina mi trovavo a girare per le stanze con le medicine, ormai mi conoscono e mi sento uno di loro. Entrato in una stanza, noto che c’è un ospite in più rispetto a ieri: nella notte è venuta alla luce una nuova creatura… Mi avvicino: stava dormendo, infagottato in alcuni stracci. Prendendolo in braccio, mi sono reso conto ancora una volta di quanto sia bello e prezioso il dono della vita».
Non posso non ricordare poi con il sorriso incontri e momenti divertenti perché, come in tutti i luoghi nel mondo, anche Niem ha i suoi personaggi. Ricordo i piccoli gemelli orfani, ormai cresciuti, Hassan e Ousseini, mascotte del dispensario, ben voluti da tutti e coccolati dal personale e dai pazienti stessi; ricordo Djuli: arrivato dal Camerun anni fa  con le gambe bruciate dal fuoco e in preda ad una grande sofferenza. Djuli non ha nessuno e la sua casa è diventata, con una semplice stuoia e qualche vestito, una piccola parte della veranda del dispensario. Ha rifiutato una piccola capanna dicendo che ha sempre vissuto e dormito all’aperto sotto le stelle. Proprio in quei giorni, infine, ho potuto essere presente e partecipare ai festeggiamenti dei 25 anni della missione di Niem. Balli feste, canti, danze… un inno alla Vita, un grazie infinito.

Niem, un piccolo villaggio nel cuore dell’Africa «più vera».

Niem, un luogo letteralmente fuori dal mondo, si è costretti ad aprirsi per farsi conoscere e conoscere, per scoprire e comprendere l’altro, cosa che forse spaventa oggi.

Niem, un luogo dove la speranza donata a piccoli e grandi non può morire, ma resta ogni giorno viva con un aiuto concreto e semplice.

Niem un luogo dove una nascita rappresenta sempre un nuovo Natale.

Niem dove anche un semplice piatto di riso è un momento di condivisione.

Niem un luogo in cui fin da subito ho ritrovato nella quotidianità le parole di Gesù: «Ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me»

Quando ho nostalgia, cerco Niem su Internet e compare un piccolissimo punto nel cuore dell’Africa: forse per i più è proprio solo un puntino in un enorme Paese, ma per chi ci ha vissuto o chi anche vi è solamente passato è un luogo pieno di amore, speranza e vita.
Oggi la missione celebra 30 anni, mi auguro che possa essere solo l’inizio di una lunga e unica storia.
Buon compleanno Niem e, spero, a presto!

Questo slideshow richiede JavaScript.

Autorizzo ai sensi del D. Lgs. 30 Giugno 2003 n. 196 il trattamento dei dati personali trasmessi. I dati inseriti in questo modulo saranno utilizzati al solo scopo di fornire le informazioni richieste e saranno soggetti al massimo riserbo, in piena ottemperanza della normativa vigente sulla privacy, e quindi non potranno essere divulgati a terzi senza esplicito consenso dell'interessato.