#30diNiem: «Senza fraternità non si va avanti»

Oggi vogliamo proporre la testimonianza di suor Daniela Stecca, delle congregazione delle Suore Missionarie del Sacro Cuore che fin dall’inizio hanno affiancato i padri nella missione di Niem.

Se voglio fare una battuta devo dire che sono appena arrivata, perché ventotto anni non sono proprio tanti rispetto ad altri missionari… Comunque la mia è una bella esperienza che si prolunga da tutto questo tempo.
Siamo arrivate infatti poco tempo dopo padre Arialdo, nel febbraio del 1989. Abbiamo sempre lavorato insieme ai betharramiti a Niem e ci siamo trovate veramente bene. Padre Arialdo, nonostante l’apparenza che può sembrare un po’ ruvida (forse si riveste di una scorza così per nascondere il suo cuore che ama la gente e il lavoro e che ama essere sacerdote), è una persona che sa il fatto suo, è tenace e sa dove vuole arrivare; lavora molto bene.
Per tenere in piedi la rete delle scuole ci vuole un’organizzazione e un’attenzione non comuni, bisogna ricordarsi un po’ di tutto, i maestri bisogna tallonarli da vicino affinché non rallentino l’impegno. Ma lui lo fa soprattutto per i bambini: se non frequentano la scuola sono per strada e non hanno veramente nessuna alternativa, almeno che sappiano leggere e scrivere, almeno un minimo di scuola che può aiutarli a diventare un pochino più uomini quando saranno adulti…
Anche padre Tiziano mostra tenacia nel lavoro. Il dispensario non è semplice: ammalati dal mattino alla sera, anzi pure di notte, le urgenze, le medicine, i parti… Si vede che mette il cuore in quello che fa, è una persona generosa.
Io credo che il fondamento del nostro operare sia la collaborazione tra le due comunità, senza la quale la missione non può andare avanti: noi siamo 3 suore, i padri sono in due e spesso – soprattutto il sabato sera – vengono a cena da noi perché è un modo anche questo per sentirsi uniti e sostenerci gli uni gli altri. Perché la fraternità è necessaria per portare avanti una mole di lavoro così.
Però nemmeno questo è merito nostro. Quando a volte ci si volta indietro per constatare il lavoro compiuto, per fare il punto sulla situazione, ci si accorge che è stato possibile solo perché c’era il perno che ci tiene uniti gli uni agli altri, una persona che è Gesù Cristo. È per questo che, nonostante le difficoltà e a volte anche gli insuccessi oppure quando la gente non collabora e verrebbe voglia umanamente di lasciare tutto, il giorno dopo ci si rialza con una grinta nuova per poter riprendere il cammino: perché alla fine quello che si compie, lo si fa al Signore attraverso le persone.