Angelo, dalle dune del Sahara alla missione

Come fratel Angelo Sala, responsabile del Centro di Cura Saint Michel, ha scoperto l’Africa e la sua vocazione

Ho sempre pensato che la ricerca della libertà fosse una battaglia costante che – anche se trovata – bisogna sempre combattere per mantenere. Per diversi anni questa libertà l’ho cercata percorrendo le grandi piste con la moto da enduro. Questa passione iniziò all’età di vent’anni ed è andata sempre crescendo, fino a diventare uno stile di vita.
La maggior parte delle vacanze le trascorrevo in sella ad una moto ed era il momento più atteso dell’anno; tutto il tempo libero era vissuto in funzione di questa vacanza: l’unica cosa sacra che allora conoscevo.
I viaggi iniziarono poi ad essere sempre più avventurosi con la scoperta dell’Africa settentrionale, esattamente il deserto del Sahara: un mare di sabbia e dune che incutono fascino, timore, ma anche la sensazione di libertà, come tutti i grandi spazi naturali.
Questo tipo di avventura la condividevo con un gruppo di amici con i quali, mesi prima della partenza, studiavo l’itinerario  nei minimi dettagli, così come la preparazione del mezzo meccanico che era un elemento da curare nei minimi particolari, al punto da trascorrere varie notti insonni. L’abbigliamento motociclistico era scelto con cura e anche la preparazione fisica aveva la sua importanza: durante l’anno,  dopo una giornata lavorativa, trovavo il tempo per fare un po’ di sport. Ma organizzare tutto questo per me non era uno stress: era come già essere in viaggio; una cosa che sembra incomprensibile a chi interpreta la vacanza solo come un periodo di meritato riposo dopo un lungo periodo di lavoro.
Col tempo, però, il periodo estivo non fu più sufficiente per questi viaggi e – visto che il lavoro lo permetteva – decisi che anche le vacanze di Natale erano adatte a vivere l’avventura. Finché, non so per quale motivo, una volta decisi di andare in Africa non come moto-turista , ma in veste di volontario, dedicando il tempo che avevo riservato sempre a me stesso per fare qualcosa di utile per gli altri.

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Mi informai sulle possibilità esistenti e la cosa in un primo momento non fu facile; infine tramite un amico, riuscii ad aggregarmi a un gruppo della diocesi di Milano che si recava nella Repubblica Centrafricana, nazione che mi era completamente sconosciuta.
Il sacerdote che organizzava il campo di lavoro mi disse che nel programma giornaliero erano inclusi la messa quotidiana e momenti di preghiera, il tutto tassativamente obbligatorio. La cosa non mi scoraggiò e ad agosto del 1995, assieme ad altri giovani, partii per vivere la nuova esperienza.
La prima sorpresa fu che durante il soggiorno non sentii assolutamente la nostalgia della moto o del fatto di restare fermo per un mese sempre nello stesso posto, anzi mi dedicai con impegno a svolgere il lavoro che mi era stato assegnato.

In questo periodo conobbi dei missionari, uno dei quali – venuto a conoscenza della mia professione di odontotecnico – mi chiese se fosse possibile aprire uno studio dentistico a Bouar, visto che l’unica possibilità per la popolazione di accedere a cure dentistiche era quella di andare nella capitale Bangui a 500 chilometri di distanza. Così al mio ritorno in Italia, insieme ad una ragazza del gruppo, decisi di impegnarmi a raccogliere il necessario per realizzare l’opera.

L’esperienza, anche se breve, aveva segnato un cambiamento di rotta:  per un anno mi dedicai solo a quel progetto.
Poi – il tempo di chiudere la mia attività in Italia, convincere la parentela che non ero impazzito – ed eccomi pronto pronto a partire per il Centrafrica: era l’agosto 1996. Lo studio dentistico fu messo in servizio, con una piccola equipe, già nel mese di settembre. In quel periodo feci due scoperte: la prima fu la vita comunitaria in missione, scandita da periodi difficili ma anche da momenti di gioia; la seconda fu di toccare con mano la miseria e le sofferenze di quel popolo e provare un senso di impotenza di fronte alle loro necessità.

 

Stavo scoprendo l’altro, quello diverso da te che ha bisogno del tuo aiuto materiale e spirituale. Da qui il passo è stato breve per arrivare a scoprire la vocazione e finalmente la libertà – tanto ricercata sulla moto nel deserto – l’ho trovata nella vita religiosa. Lì ho avuto modo di conoscere i missionari betharramiti e di apprezzare le loro qualità e le loro opere. Da quel momento ho iniziato il mio cammino, chiedendo di entrare nella famiglia betharramita.
Durante i primi anni in Africa come volontario, ho toccato con mano la sofferenza della gente quando è colpita da una malattia e quando le strutture e le possibilità di curare sono pochissime. Ho potuto constatare che la piaga più grave in campo sanitario è l’AIDS. Mi ha molto colpito in quei momenti vedere giovani morire di questa malattia in un abbandono totale. A distanza di oltre 20 anni da quel mio primo viaggio nel cuore dell’Africa, oggi mi ritrovo responsabile del Centro di Cura Saint Michel con circa 1000 malati in carico.
Mi rendo conto che, per mettere un argine al dilagare dell’AIDS in Africa, oltre ad impegnare personale specializzato e a poter utilizzare sofisticate attrezzature,  occorre combattere anche una vera e propria battaglia per sconfiggere la povertà per poi modificare le abitudini di vita e la mentalità che fungono da terreno fertile per l’espansione della malattia.