Angelo Recalcati: «Ho molte case nei cuori delle persone»

È tornato dalla «fine del mondo» – come chiamò la parte di mondo corrispondente all’America latina papa Francesco il giorno della sua elezione – il padre betarramita Angelo Recalcati, missionario in Uruguay, rientrato a Sovico, sua città natale, per festeggiare i 45 anni di ordinazione sacerdotale. Proprio ieri (19 giugno) la parrocchia Cristo Re lo ha accolto e ha celebrato con lui una messa solenne, dandogli anche la possibilità di raccontare la sua esperienza in una terra lontana. 

 

Carissimi sovicesi, è ormai da più di 40 anni che ogni tanto ci mettiamo in contatto perché qualcuno mi dice che volete avere mie notizie. So che non è facile seguirmi. Da quando sono andato via da Sovico, alcuni anni in Argentina, poi più di 20 anni in Uruguay, poi una decina in Brasile e un’altra decina in Paraguay e, finalmente, da tre anni, di nuovo in Uruguay… Qualcuno dirà che così non ci si può sentire mai “a casa”. Invece, per me, è vero proprio il contrario: sono “a casa mia” in diverse case, ma soprattutto, in molti cuori. E sì… Se c’è qualcosa che ho imparato in questi 45 anni da prete, è stato proprio a voler bene alla gente, a lasciare che ti vogliano bene. E non alla gente, in generale, ma a persone concrete, con il loro volto e la loro storia. E così finisci per avere non una, ma molte “case tue”, nelle case e nei cuori di quelli a cui vuoi bene e che a te ne vogliono. Ma (qualcuno forse mi chiede) tu, padre Angelo, che cosa fai? In questo momento la nostra comunità di religiosi del Sacro Cuore, in Uruguay è una comunità un po’ particolare: ci occupiamo di un collegio (300 alunni esterni) a Montevideo e di una zona di Tacuarembó (400 kilometri al nord di Montevideo). Nonostante la distanza, siamo sempre in contatto tra di noi e, ogni mese, ci ritroviamo per stare insieme tre o quattro giorni, per pregare insieme, per condividere il vissuto e per riprogrammare il mese seguente. In particolare, a Tacuarembò, abitiamo in un quartiere periferico della città, in una casetta come tutte le altre, attaccata a una chiesina; è un po’ il centro delle nostre attività. Poi c’è un altro quartiere, più piccolo a due o tre kilometri. È gente molto semplice, in genere sono impegnati nella lavorazione della carne, del legname o nella pubblica amministrazione. C’è molta povertà, ma anche molta solidarietà: chi è più povero è anche più solidale. Oltre a questi quartieri, ci occupiamo anche dell’assistenza pastorale di una zona grande di campagna, con 6 o 7 chiesine (la più lontana è a 70 kilometri). I due centri più importanti (Cuchilla del Ombù – 25 km – e Paso del Cerro – 45 km -) sono quelli a cui ci dedichiamo di più, sia con la catechesi che con altre attività. Quando abbiamo deciso di stabilirci in quel quartiere, la proposta del vescovo non è stata quella di battezzare molta gente o regolarizzare molti matrimoni, e nemmeno quella di far venire molta gente a messa. Semplicemente ci ha detto che la gente della campagna magari non contribuiva molto con la società, perché la società li aveva sempre ignorati e che lui sognava che la Chiesa li avesse presenti, che per la Chiesa fossero importanti, e che si sentissero importanti. Quello che facciamo è percorrere chilometri e chilometri, per strade di terra, per andare a trovare la gente. Non sempre si parla di religione o di Dio, ma sanno che siamo lì per loro e che qualcuno li ascolta perché sono importanti. Una volta eravamo in casa di una anziana che viveva da sola. Ho visto, sul tavolo, un lavoretto a maglia fatto con bei colori. Mi è venuto spontaneo dirle che mi sembrava un bel lavoro, fatto con molto amore. Due anni dopo, durante una celebrazione, si è fatta avanti e, anche se non centrava niente con quello che stavamo facendo, mi dice, con gli occhietti che brillavano: “Lei mi ha detto che io ho lavorato con molto amore”, e se ne è andata via tutta contenta. Cose come queste, che uno butta lì, come se uno seminasse senza sapere che semi butta, sono quelle che danno senso alla nostra presenza in quella zona rurale di Tacuarembò.