Aspettando il papa: padre Beniamino racconta il Centrafrica

Bouar, 24 novembre – padre Beniamino Gusmeroli

 

Centrafrica: la situazione non vuole normalizzarsi.  La quasi totalità del paese è sotto assedio e vive nella paura per una ragione o per l’altra. Bangui, la capitale, è assolutamente insicura: braccaggi, uccisioni, incendi di case, barricate che si erigono ogni giorno per impedire agli abitanti dei quartieri nemici di entrare. Tutta la zona centro-orientale del paese è occupata dalle forze che si contendono il potere e si combattono in una interminabile resa dei conti: seleka e antibalaka, divisi a loro volta in una miriade di gruppi opposti, si fanno la guerra tra di loro. Le città di Bambari e Batangafo sono teatro di continui attacchi che non risparmiano la popolazione civile. Nelle zone calde la gente è spesso raggruppata in campi di rifugiati, assistiti dagli organismi internazionali come Medici senza frontiere, Croce rossa, Caritas e protetti dalle forze delle Nazioni Unite. Non di rado succede che i gruppi armati di una fazione o dell’altra si infiltrino come rifugiati e spesso – come è successo in questi giorni a Batangafo – scoppiano rivolte che provocano decine di morti, tende bruciate e mettono in fuga molte persone. Anche a ovest (nella zona di Bouar), la situazione è tesa ma senza violenti colpi di scena. Regna però un forte senso di insicurezza e non mancano atti di brigantaggio. Tra Niem e Bocaranga, nella savana, si nascondono molti gruppi armati. Proprio in questi giorni è in corso uno scontro tra antibalaka e questo gruppo vicino ai seleka: diversi morti si registrano da ambo le parti. Le grandi arterie che collegano il paese e in particolare la principale, che collega il Cameroun con Bangui, passando da Bouar, sono quotidianamente teatro di rapine, omicidi, incendio di vetture e camion che trasportano persone e merci. I primi di gennaio si svolgeranno le elezioni presidenziali che si rimandano da mesi per il diffuso clima di tensione e anche oggi c’è chi teme per la riuscita dell’evento – nonostante le forze dell’Onu blinderanno i seggi.

 

Conflitto religioso? Tutte le parti in causa in questo conflitto sono unanimi nel riconoscere che il problema non è religioso, uno scontro tra cristiani o musulmani come si potrebbe pensare a prima vista. La maggioranza degli appartenenti al gruppo seleka è di credo musulmano, mentre gli antibalaka sono prevalentemente cristiani. Questo non è però un dato assoluto: il capo degli antibalaka di Bouar, ad esempio, è islamico.

 

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Dove nasce il conflitto Il conflitto ha avuto origine dal colpo di stato del gennaio 2013 quando Djotodjia ha invaso il paese con un’armata di mercenari ciadiani e sudanesi, tutti musulmani. Questo fatto testimonia che le origini del conflitto non sono locali ma sono da ricercare all’esterno e le radici si ramificano fino a raggiungere vasti punti delicati dell’equilibrio internazionale. Dopo aver preso il potere, questi mercenari si sono sparsi in tutto il paese disseminando terrore tra la popolazione, vendendo armi alla parte musulmana. Come reazione, la gioventù si è sollevata e in molte zone del paese ha scacciato i mercenari seleka e di conseguenza i musulmani che si erano armati. Di fatto gli islamici – presenti in Centrafrica da tre o quattro generazioni – detenevano l’economia del paese così come il commercio tanto che alla popolazione locale non era permesso avviare alcuna impresa di un certo livello, perché sempre minacciati dall’altra parte. Anche dietro ai giovani che hanno imbracciato le armi in realtà c’è un problema non religioso, ma culturale: per loro lo Stato non ha mai garantito un’istruzione, né un posto di lavoro.

 

Il ruolo della Chiesa La Chiesa, in questo scenario, è una forza di pace e di integrazione sociale; lavora per la pace attraverso delle commissioni che cercano di ricreare il tessuto sociale e favoriscono il ritorno dei rifugiati a casa. Da noi sono aumentati i gruppi di preghiera e di riflessione per la pace. La Caritas di Bouar, di cui sono responsabile, sostiene oltre cento associazioni contadine, con un progetto che prevede la formazione agricola, la coesione sociale, la creazione di sbocchi di mercato per i prodotti della terra. A questo scopo abbiamo realizzato un magazzino di acquisto, stoccaggio e vendita a cura delle varie associazioni.

 

Ancora molti non vogliono sentir parlare di accoglienza. E anche le forze dell’ONU, dispiegate massivamente in tutto il paese, vengono accusate di inefficienza.In questo clima aspettiamo il papa (che arriverà domenica 29 novembre ndr) e speriamo che il suo messaggio di riconciliazione verrà ascoltato dal cuore di tutti.