Bambini soldato: Bétharram c’è

Arrivano notizie poco confortanti proprio in questi giorni dal Centrafrica, un Paese che dal 2013 non conosce pace perché dilaniato da una guerra civile senza tregua. Settimana scorsa l’uccisione di 37 persone nella città di Kaga Bandoro nella parte nord del Paese hanno riacceso i riflettori su una nazione la cui situazione socio-politica sembrava leggermente migliorata dopo la visita di papa Francesco nello scorso novembre. Qui i missionari di Bétharram continuano le loro attività, nonostante la cronaca ma dovendo fare i conti con la nuova condizione della gente. Tra i progetti nati in questanno, ce n’è uno che merita particolare attenzione: a raccontarcelo è padre Beniamino Gusmeroli, parroco di Bangui e membro della Caritas diocesana. Si tratta di un iniziativa per favorire il reinserimento sociale e lavorativo dei bambini assoldati dagli anti-balaka (gruppi di difesa spontanea e popolare) durante la guerra. «Quando i ribelli arrivavano al villaggio, i ragazzi scappando si rifugiavano in accampamenti di periferia. Qui alcuni portavano acqua e legna, altri preparavano da mangiare, altri ancora cercavano radici e foglie con cui fare amuleti. I ragazzi più grandi erano mandati a spiare i movimenti dei seleka e da 15 anni in su avevano in dotazione armi e partecipavano alle imboscate» ci spiega il sacerdote, raccontando come l’Unicef abbia chiesto una mano proprio alla congregazione del Sacro Cuore per dare un futuro a questi ragazzi. «Abbiamo costituito un team di persone (spesso mamme) che hanno il compito di seguire i piccoli, trovar loro una sistemazione e insegnare una professione. Proponiamo lavori come contadino, allevatore e meccanico ma anche sarta, barista e fabbricante di sapone: ognuno sceglie la sua strada e frequenta un tirocinio “a bottega” – superato il quale – può proseguire la sua attività in autonomia, ma sempre sostenuto dalla missione». Oggi sono 150 i ragazzi che stanno seguendo questo percorso, ma «la sfida più grande – conclude Beniamino – è confrontarsi con l’odio che hanno negli occhi mentre raccontano la loro storia».

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