Il cardinale Nzapalainga: «Mi fido di Dio e mi sento libero»

Con il Vangelo, quest’uomo serio dal sorriso improvviso ha un rapporto letterale. E d’altronde non potrebbe essere che così per chi, come lui, la propria vocazione ce l’ha scritta fin nel nome. Dieudonné Nzapalainga, arcivescovo di Bangui e primo cardinale centrafricano, parla per la prima volta a Milano invitato dal Pontificio Istituto Missioni Estere per raccontare la sua esperienza di uomo di pace. Alla serata ha partecipato anche una delegazione betharramita con padre Piero Trameri e Giovanni Parolari di AMICI Betharram Onlus, Domenico Scidà vicepresidente di Jiango Be Africa e alcuni membri del centro Betagorà.

 

Il cardinale, figlio di madre protestante e di padre cattolico, non crede infatti alle guerre di religione e, insieme ai leader religiosi protestanti e musulmani, ha fondato una piattaforma per il dialogo. «All’inizio anche io avevo paura a uscire – spiega – ma poi mi sono affidato al Signore e sono andato incontro agli altri: ora mi sento libero. Ho spiegato alla mia famiglia di ricordare sempre, se mi fosse successo qualcosa, che non era la Chiesa che mi aveva chiesto di fare questo, era una mia scelta personale».

 

«A Bangui il 24 marzo 2013 è stato un giorno pesantissimo: i Seleka sono entrati nella capitale e da noi si dice che quando prendi Bangui, hai in mano il Paese perché in Centrafrica è tutto centralizzato. Era la domenica delle palme, due giorni dopo i miliziani sono venuti in curia. Erano armati, io li ho fatti entrare e ho chiesto loro di venire tutti con le loro munizioni. Li ho accompagnati in un corridoio, ho chiesto alle persone che lavorano lì di andarsene e poi ho chiuso la porta. Poi, tirando fuori il rosario, ho detto “Il responsabile di questa casa sono io. E questo è il mio amuleto, che scommetto è più potente del vostro. Qui non deve scorrere sangue, quindi andatevene“. Cercavano di replicare, ma li ho accompagnati alla porta e sono rimasto lì mentre si consultavano sul da farsi: avrebbero potuto uccidermi, ma evidentemente non era ancora venuta la mia ora».

 

 

 

«Non mi ero preparato cosa dire – assicura monsignor Nzapalainga – In quei momenti, è lo Spirito che ti mette le parole in bocca. In un certo senso mi sono comportato come Gesù davanti ai suoi carnefici, che ha chiesto di lasciar andare i suoi. Il giorno dopo mi sono messo in macchina da solo, accompagnato solo dal mio angelo custode, e sono andato nel quartiere musulmano che era una zona molto pericolosa. Nessuno mi ha fermato, anzi: la gente diceva “Quello è l’imam dei cristiani!“. Qualche tempo dopo ho invitato l’imam a casa mia perché la sua famiglia correva un grave pericolo. Alcuni mi hanno criticato ma io non ho smesso di dialogare». Da allora monsignor Nzapalainga è andato altre volte a incontrare le persone, di qualsiasi religione: racconta dei suoi dialoghi con miliziani islamici circondati da kalashnikov e granate, ma anche i momenti con giovani anti-balaka dei villaggi sotto gli alberi di manghi. Storie drammatiche e reali che il cardinale risolve sempre comportandosi come Gesù in qualche episodio evangelico, dalla passione alla conversione di Zaccheo, mostrando che mettere in pratica la parola non è affatto un modo di dire.

 

«A Bangui la situazione si è stabilizzata  – dice Nzapalinga – ma non nella periferia, soprattutto a Bambari dove ci sono i giacimenti di diamanti e nella parte ovest del Paese dove abitano anche tanti missionari italiani». Alla delegazione betharramita che ha incontrato il cardinale prima della conferenza, ha detto «Sono stato a Bouar due settimane fa per un’ordinazione diaconale e ho potuto salutare i vostri missionari che lì svolgono un’opera importante».