«Ecco la famiglia di cui vado fiero»

Camminando si apprende la vita,
camminando si conoscono le persone,
camminando si sanano le ferite del giorno prima.
Cammina, guardando una stella, ascoltando una Voce,
seguendo le orme di altri passi.

 

Per caso, pochi giorni prima della partenza, mi è capitata tra le mani questa citazione e ho voluto farla mia: così poco prima del decollo del volo che dall’Italia mi avrebbe portato per la terza volta in visita alle missioni dei padri betharramiti in Thailandia, l’ho riportata persino sulle mie pagine social. Quelle parole infatti sono state come una spinta ulteriore per quello che stavo per vivere nelle successive tre settimane.
Non era per me una nuova esperienza ma è stata un’altra tappa del lungo cammino cominciato ormai più di tre anni fa.
Un cammino che ho imparato a misurare non solo dai chilometri fatti (moltissimi…) ma sopratutto con incontri, emozioni, parole e gesti vissuti ogni giorno.
Un cammino che mi ha fatto rincontrare amici, piccoli e grandi, con i quali – ne ho avuto la conferma – non si è mai  interrotto il legame, nonostante la distanza.
Un cammino che mi ha fatto scoprire altre missioni, nuove persone e storie diverse, unite tutte dallo stesso carisma e facenti parti di unica famiglia.

 

Il periodo passato in missione, come sempre, è volato come se il tempo stesso avesse voluto giocare un brutto scherzo accelerando il proprio ritmo proprio sul più bello: così molto presto mi sono trovato nella mia camera all’Holy Family Catholic Centre a riprendere in mano la valigia e a sistemare le mie cose. È stato proprio in quell’istante che mi sono reso quanto sia diverso questo gesto fatto alla partenza e al ritorno; mentre ci pensavo, mi passavano nella testa come un lungo flashback le immagini di quei giorni.
Tre settimane prima avevo cercato di riempire quella valigia con tutto ciò che mi sembrava necessario, ma soprattutto l’avevo riempita con domande, aspettative, emozioni e la voglia di tornare in questa che ormai considero la mia casa in Thai.
Ricordavo bene quella sensazione in cui – arrivato il momento del ritorno – occorre trovare il tempo di fare la “la propria bisaccia”, ricordavo la difficoltà nel riordinare ma questa volta è stato ancora più dura…

 

Ma alla fine cosa ho riportato indietro con me? Ho cercato di riempire la valigia innanzitutto di ogni attimo, vissuto nelle missioni che ho visitato; tutto d’un tratto si è riempita velocemente di quel calore unico che è tipico di una famiglia dove si è accolti, in cui la giornata viene condivisa in ogni singolo istante.
Porto con me ogni incontro vissuto, sia nelle missioni sia in ciascun villaggio dove mi sono fermato anche per pochi minuti. Porto i tanti viaggi e gli spostamenti fatti su strade asfaltate o su strade al limite della praticabilità, le ore trascorse seduto sulla macchina a discutere o a ridere e scherzare in piedi sul cassone del pick up.
Porto le parole, le battute e i dialoghi fatti in un misto di  italiano, inglese, francese e un po’ di thai.
Porto l’ammirazione verso coloro che mi hanno accolto: non posso scrivere tutti i nomi per non correre il rischio di dimenticarmene qualcuno ma posso raccontare il loro “Welcome”, il loro accertarsi in modo così discreto e gentile che tutto fosse a posto per l’ospite venuto da lontano, anche se uno di famiglia.
Porto con me il ricordo del gran numero di persone accorse al villaggio di Huay Tong per la ricorrenza del 60esimo della missione: una presenza che mi ha fatto pensare subito ai primi missionari arrivati qui a piedi dopo giornate intere di cammino, dell’inizio del loro lavoro nel nulla con poche famiglie, per cui tutti hanno voluto esprimere il proprio grazie.
Porto con me tutte le mani strette, tutti i «sawadikrap» detti e ricevuti. Porto con me i racconti di vita, le storie di semplice persone che nel corso di questi anni hanno intrecciato la loro esistenza con quella dei missionari. Porto con me la bellezza della natura ancora incontaminata di alcuni posti non ancora raggiunti dal turismo.
Porto con me  missioni che nonostante la fatica dei tempi di oggi continuano a mantenere le loro porte aperte, sempre pronte ad accogliere e aiutare chi più ha bisogno.
Porto con me il lavoro fatto in questi oltre 60 anni dai missionari betharramiti, nel silenzio, come piace a loro; quegli stessi missionari che sono contento di aver conosciuto e di aiutare e dei quali vado fiero. Soprattutto porto con me ogni istante trascorso con i più piccoli, vera ricarica per qualsiasi vita, vera acqua che disseta.

 

Non posso dimenticare i loro saluti la mattina presto o la sera prima di andare a dormire; non posso dimenticare le piccole mani che cercano le mie mentre li accompagno a scuola o mentre cammino nella missione, non posso dimenticare le volte in cui mi hanno chiamato per nome e non posso dimenticare quando, poco prima della partenza, mi chiedevano quando sarei tornato.
Porto con me, infine, l’alba e il tramonto ammirati durante il viaggio, la vista delle nuvole che sembravano giocare con le loro forme strane, la vista dei primi raggi del sole che fa capolino piano piano all’orizzonte e le luci lontane che cercano di farsi largo nel buio della notte. Al vedere tutta questa bellezza mi sono tornate in mente le parole di Helder Camara che un amico mi scrisse qualche anno fa poco prima della partenza per l’esperienza nel cuore dell’Africa e che da quel momento hanno lasciato un’impronta indelebile nel mio cuore e che oggi associo a volti, occhi, sorrisi, nomi, calore, gioia e un senso di famiglia e di casa:
Missione è soprattutto,
aprirsi agli altri come a fratelli,
è scoprirli e incontrarli.
E, se per incontrarli e amarli
è necessario attraversare i mari e volare lassù nel cielo,
allora missione è partire fino ai confini del mondo.

 

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