Fratel Angelo si racconta (a Lissone)

 

Giovedi 24 settembre presso la parrocchia Sacro Cuore di Lissone si è svolto l’incontro, organizzato dal gruppo missionario parrocchiale, con fratel Angelo Sala, che segue e gestisce il Centro “San Michele” a Bouar nella Repubblica Centrafricana.
Fratel Angelo, desiano importato nel cuore del continente nero qualche anno fa, ha raccontato la vita della sua comunità “internazionale” composta di missionari italiani, ivoriani e giovani centrafricani in formazione: due volte a settimana, infatti, Angelo con fratel Gilbert Coulibaly incontra i giovani centrafricani che chiedono di poter vivere un esperienza in comunità, seguendoli negli studi e organizzando presso la missione “campi vocazionali” durante un paio di week end l’anno. Conclusi gli studi liceali, poi, alcuni entrano a fare parte della comunità per l’inizio del seminario e da qui in poi sono seguiti da padre Mario Zappa.

Ma il grande lavoro di fratel Angelo è rivolto al “Centro Saint Michele“: la “sua” struttura di prevenzione e di cura per i malati di Aids, infatti, è stata inaugurata solo nel 2010 ma oggi – solo 5 anni dopo – ha in carico ben 800 pazienti! Il lavoro di informazione, prevenzione (soprattutto nelle scuole), analisi e cura è riconosciuto come importantissimo per il territorio: il Centro infatti svolge anche il ruolo di coordinatore per tutti i dispensari della regione e fa da tramite per il Paese con il Fondo Mondiale della Sanità. Nel sua lavoro fratel Angelo è aiutato da tre suore: Cristine dalla Svizzera francese e Rita e Morena proprio da Lissone. Le due italiane operano soprattutto nella gestione dell’archivio dei dossier di ciascun malato, utilissimi per monitorare lo stato di salute dei pazienti.

“In cinque anni di lavoro è difficile vedere miglioramenti della situazione, ma possiamo dire che grazie a noi c’è più informazione e almeno si parla di Aids: siamo riusciti ad abbattere quella barriera tra le persone del luogo e il Centro, convincendo tutti pian piano a venire da noi a farsi curare. Quando arriva da noi, una persona non entra in un ospedale, ma in una grande famiglia, perché – nonostante il gran numero di pazienti e di persone che passano dal centro ogni giorno – ci sforziamo di ricordare il nome di ciascuno per fare sentire tutti accolti e aiutati”.