Il Sacro Cuore: la scelta di san Michele

Oggi si festeggia la solennità del Sacro Cuore di Gesù, una devozione dal significato preciso che forse si è un po’ persa negli ultimi decenni, ma che Michele Garicoits volle al centro della regola e del nome della congregazione da lui fondata. Sì, perché i preti popolarmente detti «betarramiti», appartengono in realtà alla Congregazione del Sacro Cuore di Gesù di Bétharram e ancora oggi gestiscono un paio di parrocchie intitolate proprio all’organo vitale di Cristo, che infatti proprio in questi giorni celebrano la loro festa «patronale». Ma da dove viene il culto di San Michele per il Sacro Cuore? Ce lo racconta padre Jean-Luc Morin, attualmente superiore della regione San Michele.

 

Una comunione negata, la paura dell’inferno… Da questi ricordi infantili scaturisce in origine la scelta di san Michele per il Sacro Cuore: una devozione più inclinata verso la misericordia. Michele Garicoits è nato il 15 aprile 1797 nell’ambiente severo e vivificante di una fattoria della Bassa Navarra, a Ibarre. I suoi genitori, Arnaud e Gratianne, sono umili contadini legati alla loro montagna come alla fede semplice e diretta venuta dai loro antenati. L’anno stesso della nascita del loro primogenito, Michele, una nuova ondata di persecuzioni della Rivoluzione francese sconvolge la Francia. Questa radicalizzazione antireligiosa non permette di battezzare il neonato prima di 6 mesi. Quando il Concordato riporta la pace religiosa, nel 1801, tocca a un clero usurato dagli anni e dalle lotte politiche il pesante incarico di restaurare spiritualmente il Paese. Per reagire alla rilassatezza morale, i pastori attingono al vecchio fondo di rigorismo agostiniano, consolidato dalla loro formazione di cattolicesimo nazionalista. Si rimette in auge una visione severa della religione, concepita come l’unico freno alle passioni. Resi arditi dalla lezione delle ultime concessioni politiche, i predicatori agitano lo spettro del «Dio terribile con i malvagi», del «Dio vendicatore di tutti i delitti». Questo latente giansenismo sembra accordarsi alle strutture mentali degli abitanti del Paese tanto che Garicoits ricorda: «Ero ben persuaso dell’esistenza dell’inferno, io, quando a 5 anni temevo di finirci per aver preso degli aghi, che un ambulante aveva perso. Mia mamma mi aveva raccontato molte storie di fate, stregoni, mangiabambini, ma io ci credevo meno che all’inferno. Il nonno, di ritorno dalla montagna dove avevamo un alpeggio, mi prendeva sulle ginocchia e mi cantava delle strofette sugli assassini che avevano ucciso dei preti; avevo solo 4 anni, alzavo la testa per guardarlo in faccia e l’ascoltavo molto attentamente. La sua parola colpiva la mia immaginazione».

 

Michele cresce, e con lui la sua sete di unione a Dio. Benché all’epoca sia normale ritardare la prima comunione, il parroco di Ibarre è pronto a fare un’eccezione per il giovane Garicoits. L’intelligenza delle cose di fede di cui fa sfoggio il giovane parrocchiano ha impressionato il parroco; decide di ammetterlo al sacramento dell’Eucaristia nella primavera 1808. Superato l’esame di dottrina, Michele ha praticamente completato la preparazione. Ma non ha fatto i conti con i pregiudizi giansenisti. «Il superiore era stato scelto a 11 anni per fare la prima comunione – testimonierà più tardi un betarramita che ha trascritto su un quaderno i racconti sentiti dal fondatore -. Aveva già cominciato la sua confessione generale quando la mamma gli disse che quella confessione era un atto di grande importanza, che se l’avesse fatta male la prima comunione sarebbe stata un sacrilegio, così come tutte le altre; e in quel caso avrebbe potuto soltanto andare all’inferno. Queste parole lo colpirono in modo tale che rifiutò di avvicinarsi al santo banchetto, benché sapesse benissimo il catechismo perché lo studiava dappertutto, nei campi e sui pascoli». Per questo ritardo Michele sprofonda in una tristezza spirituale che segnerà a lungo la sua anima; e gli ispirerà, al momento giusto, un’istintiva repulsione per il giansenismo. A 14 anni farà finalmente la prima comunione e nel 1819 entra nel seminario di Dax. Qui «a lezione di morale come in quella di dogmatica, l’atmosfera è giansenista, come ovunque all’epoca».

 

Il 20 dicembre 1823 viene ordinato sacerdote nella cattedrale di Bayonne. Don Garicoits viene mandato nella parrocchia di Cambo ad aiutare il parroco il cui stato di salute compromette la sorte di un’importante comunità cristiana. Sono gli anni Venti e la Restaurazione in corso non si limita al potere politico: anche la Chiesa vuol restaurare la sua autorità morale, riavvicinandosi ai fedeli raffreddati dall’austerità nazionalista e disorientati da un decennio antireligioso. Sotto una spinta estera, il cristianesimo della paura indietreggia piano piano a vantaggio di una religione più calorosa, più festosa, magari più populista. Bisogna finirla con il giansenismo che teneva i fedeli a distanza dai sacramenti e da molte forme di devozione.

 

Su questo scenario il culto del Sacro Cuore si presta benissimo alla «riconquista» delle anime. Don Garicoits, su intuizione di una parrocchiana, fonda una confraternita dedicata al culto del Sacro Cuore che prenderà il nome di Congregazione del Sacro Cuore di Gesù e di Maria. Diventato superiore del seminario di Bétharram, intorno al 1832-1840, Michele Garicoits accoglie come una reale liberazione il pensiero che colma la sua attesa segreta. In questo periodo non parla esplicitamente del Sacro Cuore, ne riserva l’espressione alle lettere: un biografo sostiene che l’espressione è citata solo una trentina di volte nella sua corrispondenza, ma quasi tutte le menzioni risalgono a questi anni. Il sacerdote dimostra la sua preferenza per i «metodi ricchi di soavità e dolcezza», senza paura di essere accusato di lassismo. A uguale distanza da un «rigorismo oltranzista e da una mollezza colpevole», l’opzione di don Garicoits è il frutto di un’esperienza pastorale, ma anche di un percorso spirituale. Diventa il «nemico giurato» di un giansenismo che «esagera il rispetto dovuto ai sacramenti e i santi rigori del Vangelo», al punto di ignorare «ciò che vi è scritto: Il mio giogo è dolce e il mio carico leggero, e di dimenticare che tutto diventa facile per l’amore». È l’amore del Cuore dolce e umile che si impone a Michele Garicoits, come primo motivo e motore principale della sua devozione e del suo ministero.