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Il timoniere Trameri “tiene la barra” della serata compiendo un triplice “giro” di interrogativi esistenziali, non però alla maniera filosofica del “dove veniamo chi siamo dove andiamo”, ma in modo più diretto e delicato (per loro) e succoso (per noi): a) chi eravate prima di partire e perché avete deciso di prendere quel volo; b) cosa avete fatto là; c) cosa vi siete portati a casa da questa esperienza. I ragazzi sono tutti e tre allegri e pimpanti ma, allo stesso tempo, ben diversi. Magda, medico oncologo, ha coltivato il sogno di poter lavorare in Africa fin dagli anni dell’università, anche se inizialmente frenata dal timore di non esserne all’altezza. Ma anche ora, dall’alto (o forse sarebbe meglio dire dal basso? Questione di prospettive) delle sue due successive esperienze, ancora ammette che l’Africa, beh, all’inizio spiazza un po’ tutti quanti. Confessa di essersi sentita quasi inutile – persino lei con una professione così qualificata e qualificante – “perché – ammette – le conoscenze apprese quassù, laggiù servono solo marginalmente”. Come a dire: sono mondi diversi e anche le patologie (forse non solo quelle di natura medica) sono diverse. E che dire di Pao Racconta invece il mite Giovanni che a lui fu galeotta una zia suora missionaria in quelle terre lontane e la promessa fatta dal bravo nipote alla parente col velo in soggiorno qui in Europa: “Ti verrò a trovare giù l’estate ventura”. “Per la verità – ammette Giovanni - la zia non mi credette finché non mi vide comparire in carne ed ossa in quel suo ormai consueto vocazionale “qui””. In realtà il baldanzoso nipotino qualche dubbio lo serbava ancora: infatti ci confessa con candore che, atterrato nella capitale centrafricana Bangui, la prima tentazione fu di prendere armi (il proprio slancio iniziale) e bagagli (naturalmente i propri), ritrarre subitamente il piede appena immerso nella calda e polverosa zolla africana e tornarsene “ai paesi suoi”. Eh già, perché vista a tremila metri d’altezza mica t’accorgi d’andare in Africa! È laggiù sotto, e tu sei quassù sopra, sull’aeroplano che guardi giù dal tuo oblò a latere, con hostess, confort, buffate d’aria climatizzata a gogò. E io intanto che penso: “Che cosa strana! Il nostro mondo occidentale viaggia dovunque, è ripetibile o comunque chimicamente sintetizzabile, trasportabile in una valigetta 24ore, su un aereo a quota tremila, ma l’Africa no, la devi proprio andare a trovare tu, in carne ed ossa, come si va a trovare la propria zia (magari solo a Natale e a Pasqua per scroccare la sempre gradita mancia), con un normale toc toc alla porta di casa che dà sempre un gran senso di concretezza e tangibilità. Però il nipotino aggiunge soavemente soddisfatto: “L’Africa mi ha salvato!”. E io: “Salvato? Da chi o da che cosa? Ti inseguiva qualcuno?”, ma lui continua a sbrogliare la matassa della sua esperienza: “Nessuno dei miei amici dell’oratorio mi capiva e quando annunciavo loro la mia intenzione transcontinentale storcevano il naso: “Ma che vai a fare? In che cosa potresti essere utile?” - erano le obiezioni ricorrenti che mi piovevano addosso”. E - in effetti - forse non avrebbe saputo rispondere il bravo nipotino, allenatore nel pallone e col pallone all’oratorio, impegnato nella Catechesi di quassù, perché mai avrebbe dovuto atterrare laggiù. Ma in fin dei conti c’era pur sempre quella promessa ancor maggenga fatta alla zia…
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