La Brexit vissuta da un betarramita italiano

L’uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea ha sorpreso gli osservatori internazionali e preoccupato molti cittadini del vecchio continente, tra cui una buona parte del popolo inglese, favorevole a rimanere in Europa. A vivere da vicino questa vicenda, c’è anche il padre betarramita italiano Alessandro Locatelli, che dallo scorso settembre è impegnato nella pastorale all’interno della chiesa Holy Name di Birmingham e al quale abbiamo chiesto un parere e delle sensazioni all’indomani della Brexit.

 

La notte del 23 giugno scorso sono andato a dormire da cittadino europeo ma il mattino dopo mi sono svegliato da extracomunitario. Lo so, è un’esagerazione visto che passerà del tempo, forse anni, prima che l’esito del referendum svoltosi nel Regno Unito trovi effettiva applicazione, ma il sentirsi da un giorno all’altro in una strana posizione è un sentimento che, in questi giorni, accomuna i circa tre milioni di cittadini dell’Unione Europea residenti in UK.

Leave or remain? Andarsene o restare? È la semplice domanda alla quale hanno dovuto rispondere i cittadini britannici chiamati alle urne per decidere il futuro di uno stato membro dell’UE. Domanda semplice ho detto, forse anche troppo, ma dalle enormi implicazioni non solo per il Regno Unito ma per l’intera l’Europa e per il mondo. Ha vinto il “leave” col 52% dei voti. Un elettorato spaccato quasi a metà e una spaccatura generazionale: i giovani al 75% hanno votato per il remain mentre gli over 60 hanno votato quasi con la stessa percentuale per il leave. Una spaccatura evidente anche a livello geografico: Inghilterra e Galles per il leave, Scozia e Irlanda del Nord e la città di Londra per il remain.

Le Chiese erano tutte orientate per il remain pur non prendendo ufficialmente posizione. La stampa cattolica per diverse settimane ha pubblicato articoli di vescovi e laici che spiegavano le ragioni soprattutto etiche e culturali ma anche economiche in favore della permanenza nell’Unione Europea. La Chiesa d’Inghilterra ha composto persino una preghiera per accompagnare la riflessione dei fedeli prima del voto. Proprio questa mattina un sacerdote della Diocesi di Birmingham mi raccontava di essere stato fermato in centro città da un gruppo di attivisti poco prima del referendum. Interrogato circa il suo punto di vista aveva risposto semplicemente che, in quanto prete della Chiesa Cattolica, che proprio perché cattolica è universale, non poteva non sentirsi parte di un mondo senza confini e di un mondo in cui non esista chiusura ed esclusione ma accoglienza e inclusione.

Nei giorni successivi al referendum stampa e televisioni hanno riferito di episodi razzisti accaduti in alcune città ai danni di cittadini dell’Unione Europea. Senza nulla togliere a quanto accaduto, probabilmente si è trattato di una maggiore eco data a casi che continuamente succedono qui e ovunque. Del resto anche in Italia espressioni di razzismo e intolleranza succedono spesso.

E adesso? Certo è che la preoccupazione sia fra i cittadini europei residenti che fra britannici, non manca. Cosa succederà? Che ne sarà di noi? Potremo ancora restare qui sentendoci a casa? Potremo ancora circolare liberamente? Potremo godere dei benefici legati al welfare che fino ad ora, in quanto membri dell’Unione, ci erano concessi? Queste ed altre legittime domande legate al futuro continuano a risuonare senza però trovare risposta in quanto, come detto, ci vorrà del tempo prima che l’esito del referendum diventi effettivo. Non resta che attendere l’inizio delle trattative fra UK e UE nella speranza che prevalga il desiderio di continuare ad essere parte di una Europa in cui i popoli, che anche grazie all’Unione non conoscono guerre da settanta anni, continuino a perseguire l’edificazione di una casa comune. E credo che il lavoro comune che le Chiese cristiane svolgono in UK possa essere di aiuto in un cammino di unità e solidarietà.