La “missione” di Giovanni: “Suona la campana. E la casa dov’è?”

Il racconto di Giovanni Parolari, di ritorno dalla missione betarramita in Thailandia che ha visitato qualche settimana fa, per la seconda volta.

Mi trovavo a camminare nel campetto di calcio della missione Holy Family Catholic Centre, era metà pomeriggio e il sole, molto caldo, stava lassù nel cielo limpido; camminavo e mi guardavo attorno, in quel momento ero solo, ma chiudendo gli occhi mi rivedevo  insieme ai bambini, alle ragazze e tutti coloro con cui ho vissuto in queste due settimane alla missione. Era l’ultimo pomeriggio in terra thailandese, ormai le valige erano pronte e mancava poco all’inizio del lungo viaggio di ritorno “a casa”.

Ma qualcosa in lontananza mi fa tornare di colpo alla realtà, sento dei rumori e guardo l’orario: stanno tornando i bambini da scuola, le voci, le grida, le risa si avvicinano e pian piano eccoli che spuntano sulla strada oltre la siepe, rigorosamente in fila indiana (anche se appena entrati nella stradina della missione c’è un silenzioso “rompete le righe”): corrono felici nel giardino ad abbracciare gli ospiti o a giocare appena prima che suoni la campana.

Proprio quel suono è stato uno dei fili conduttori di questa esperienza.

Suona la campana, insieme al canto del gallo (una sveglia naturale!) e alle voci dei bambini,  quando il sole timidamente, piano piano si affaccia dietro gli alberi, per richiamare tutti in chiesa per la messa quotidiana prima di cominciare la giornata. Un po’ infreddoliti noi occidentali, tanto calorosi già di prima mattina i piccoli, che entrano quasi in una “confusione ordinata” nella cappella della missione, sempre pulita e in ordine. Qui ognuno ha il suo posto per terra, con un piccolo cuscino: qualche sbadiglio, ma l’attenzione c’è e anche la voce per cantare tutti insieme: fuori dall’ingresso, in modo ordinato, sono disposte tutte le ciabatte di tante misure… le uniche fuori posto sono un numero 44: le mie!
Suona la campana per la colazione, i bambini si ritrovano tutti all’esterno del salone polivalente posto al centro della missione, intanto le ragazze più grandi preparano i tavoli, sistemano i piatti (fatti con piccoli scomparti in acciaio) e predispongono la colazione per tutti i 75 bambini: riso, carne, verdure e non può mancare il peperoncino.

E’ una gioia vederli tutti insieme in questi momenti di vita quotidiana, come una vera famiglia. Divisi su diversi tavoli al centro del salone, mangiano senza lasciare una briciola nel piatto; il rumore del cucchiaio contro il piatto, che può sembrare fastidioso, diventa “musica” e ritmo che si alterna con le voci dei piccoli, i quali – una volta finita la colazione -, portano il loro piatto “a scomparti”, per lavarlo all’esterno sotto una tettoia e poi metterlo ad asciugare al sole.

Suona la campana poco dopo, è l’ora di andare a scuola, dopo aver preso la propria merenda per la giornata: in base all’età (credo: ai miei occhi sono tutti uguali!) si dispongono in fila sul vialetto di ingresso della missione, e sotto lo sguardo premuroso e paterno di padre Alberto e di tutti i presenti alla missione, accompagnati da alcune delle ragazze più grandi, si parte per la scuola: tutti in fila, c’è chi canta, chi ride, chi scherza, chi mangia, chi raccoglie fiori, è uno spettacolo vederli. Davanti a noi il sole sorge, e pian piano anche l’aria frizzantina della prima mattina lascia spazio ad altre temperature… La scuola si trova oltre la grande strada che collega il sud al nord del paese, fino ad arrivare al confine con il Myanmar, si salgono le scale di un ponte dove sventolano alternate le bandiere con i colori della Thailandia e quelle gialle con il simbolo della monarchia. I bambini entrano nel cortile della grande scuola, con campo da calcio, pallavolo, basket e tutto intorno un “percorso vita”: dal basso alzano lo sguardo e chi in thai, chi in inglese, chi con un ottimo “ciao” ti salutano, sempre con il sorriso mentre si avviano in classe.

La mattina passa veloce, al centro regna la quiete, le ragazze lavorano e studiano alla scuola di cucito, altre ricamano, altre, le più grandi, preparano le attività per la serata o i giorni successivi, qui si è sempre all’opera, spesso arrivano macchine e pullmini da cui scendono persone arrivate apposta, non solo dal paese, ma anche dall’estero, per vedere e “fare shopping” nella boutique della missione con tutto il materiale esposto realizzato all’interno della missione, tutto seguito e organizzato da Noy e Jim, due colonne del centro.

Suona la campana a metà pomeriggio, segna il ritorno dei bambini dalla scuola, è l’ora della doccia, sempre aiutati dalla ragazze più grandi, il centro si rianima, e la quiete della mattina è solo un ricordo.

I bambini corrono, giocano, si divertono, scrivono, disegnano fino all’ora di cena e qui come una bella liturgia si riuniscono tutti, di nuovo, nel grande salone per mangiare insieme.

In serata ci sono i compiti, oppure in occasioni particolari, come Natale, si guarda un film (strano vedere la natività in lingua thai!) o momenti di divertimento organizzati sempre in maniera impeccabile dalle ragazze più grandi.

Suona la campana in ogni villaggio vicino o lontano alla missione, in pianura o sui monti, dopo chilometri di asfalto e terra su strada tortuose e non sempre “belle” : suona la campana per annunciare l’arrivo  del missionario, e in alcune occasioni anche per l’arrivo di “amici stranieri”: la gente accorre dalle proprie abitazioni e si mette in fila per salutare (sawadikrap) ciascun nuovo arrivato, poi uno ad uno, senza guardare l’orologio si mettono in attesa del proprio turno per la confessione all’interno della piccola cappella del villaggio e a seguire la celebrazione della messa. Il missionario raggiunge alcuni di questi  villaggi circa 3-4 volte l’anno, quando le strade sono praticabili.

Non può mancare il “pranzo” offerto al missionario e agli ospiti occasionali, seduti tutti su piccoli sgabelli intorno ad un tavolo rotondo, su cui si trova tutto il pranzo: momento di condivisione semplice ma autentico!

Ma quella stessa campana in questi giorni è risuonata anche per due occasioni particolari. La prima, l’ultimo giorno dell’anno, in cui si è svolta la tradizionale festa di saluto al nuovo anno con tutti gli ex alunni del centro che oggi lavorano o studiano all’università, arrivano dalle città o dai propri villaggi, poco per volta, ma alla sera all’inizio dei festeggiamenti il centro è pieno: sorrisi, abbracci, qualche lacrima per rivedere vecchi compagni ma sopratutto i missionari e chi li ha accolti e aiutati a diventare grandi, come fossero in una famiglia.

Il giorno successivo, fin dalle prime luci del giorno, il suono della campana dava il benvenuto a circa 1500 persone arrivate da tutti i villaggi per festeggiare ed esprimere il loro grazie a padre Alberto in occasione della ricorrenza del suo 50° di ordinazione, di cui 43 anni passati proprio in terra tailandese.

Celebrazione, canti, balli, il pranzo comunitario: è stato incredibile vedere tutta quella gente arrivare anche da lontano, stare vicino al missionario. Tutti, nonostante il caldo, in attesa per poter salutarlo di persone e porgere a lui un piccolo pensiero.

Sento tanti piccole mani che cercano le mie, sento tante voci che pronunciano in un modo o nell’altro il mio nome “apro gli occhi”… ecco che nel mezzo di quel campetto di calcio mi trovo attorniato da molti bambini, vogliono giocare, o semplicemente vogliono che resti con loro nella loro quotidianità. E forse è ciò che vorrei io.

Suona la campana, la sera, la luna piena illumina il cielo insieme alle stelle, mi trovo all’esterno, le valige sono già state caricate in macchina, tutti cantano, fanno regali, qualcuno di loro piange: non riesco a salire in macchina, cerco ogni singola manina, ogni sguardo, ogni sorriso, da salutare, mi giro e vedo in lontananza la campana, silenziosa.

Grazie a padre Alberto, padre Subancha, Noy e Jim, per avermi accolto “a casa”, grazie alle ragazze più grandi che con il loro impegno quotidiano si prendono cura dei più piccoli, come delle sorelle maggiori, con grande amore, grazie a tutti i bambini che con la loro semplicità mi hanno preso per mano e condotto nella loro vita:”la nostra casa, la nostra gioia”.