Lo stagista al Centro San Michele: «Qui Dio si tocca con mano»

Dal 30 giugno ha messo piede in Repubblica Centrafricana e per poco più di due mesi ha lavorato presso il Centro di cura «Saint Michel» a Bouar. Si tratta di fratel Arnaud Kadjio N’dah, ivoriano e religioso della Congregazione del Sacro Cuore di Gesù di Bétharram. A lui abbiamo chiesto di descrivere la sua esperienza accanto a malati e bisognosi prima del suo ritorno in Costa d’Avorio.


Innanzitutto vorrei ringraziarvi per avermi dato la possibilità di condividere la mia – seppur breve – esperienza accanto ai malati e ai pazienti del centro Saint Michel a Bouar.
Il Signore ha molteplici modi di manifestarsi e la Sua volontà non è la nostra: Egli ci sorprende ogni qualvolta gli mostriamo il desiderio di seguirlo, permette a ciascuno di noi di contemplarlo attraverso un incontro. È quanto è successo a me in questa esperienza nell’incontro con i malati, nelle persone più bisognose e povere, in coloro che hanno perso ogni speranza e forse anche la dignità
La mia avventura qui è nata qualche mese fa, quando pensando alle mie vacanze ho chiesto la possibilità ai superiori di poter vivere un’esperienza di questo tipo per poter vivere in profondità la spiritualità betharramita del dono. Il Centro di cura Saint Michel è nato proprio per i pazienti colpiti da HIV/AIDS. Le persone dichiarate positive all’AIDS – a seguito del primo“screening” – vengono automaticamente prese in carico dal Centro: non si fa distinzione d’età, estrazione sociale, etnia, confessione religiosa.

Sono molto contento di aver avuto questa opportunità e di aver potuto svolgere il mio tirocinio presso il Centro Saint Michel; mi rendo conto, una volta di più, il senso della mia chiamata: essere al servizio dei poveri e dei malati. Dopo i primi giorni di apprendistato, ho trascorso le mie giornate aiutando in farmacia, infermeria e soprattutto in laboratorio: ho tanto da imparare da Clemence, infermiera volontaria della DCC, Malachia, da suor Christine, infermiera svizzera della Congregazione delle Suore della Carità e soprattutto da fratel Angelo Sala, ideatore e responsabile del Centro.
La gioia che deriva da questa mia esperienza non è tanto legata alle cure somministrate, ai medicamenti fatti, alla prescrizioni di farmaci o alla scoperta di un nuovo batterio al microscopio… questo si trova in ogni ospedale o centro sanitario nel mondo. La gioia, quella vera, è la presenza di un personale infermieristico e consulenti che stanno accanto quotidianamente ai malati: è una presenza familiare, che s’interessa allo stato di salute dei pazienti, alle loro condizioni alimentari ma anche alla loro reintegrazione nella società civile. Le visite ai malati sono organizzate quotidianamente dai collaboratori proprio con lo scopo di avere più informazioni sulla situazione di ciascun paziente.

Oltre alle nozioni di medicina che ho imparato dai «colleghi», questa esperienza mi ha aiutato a rendere più concreto ciò che sento come la vocazione della prim’ora: essere al servizio degli altri senza chiedere nulla in cambio. Come ricompensa ottengo sorrisi, ringraziamenti e semplici gesti che sembrano banali ma che sconvolgono la vita. Ricordo bene, per esempio, le parole di uno dei pazienti che aveva avuto uno ricaduta: «Ti ringrazio per essermi vicino, grazie per il tempo che dedichi ad ascoltarmi. Nessuno prima d’ora mi ha mai ascoltato e mi ha fatto tornare alla vita come te: sei il fratello che non ho mai avuto. Mi hai fatto sentire un uomo come gli altri, perché sia la mia famiglia sia i miei amici non mi parlano più a causa della mia malattia. Tutti hanno paura di me. So che la mia fine sta arrivando. Ma sappi che ti porto e ti porterò sempre con me. E pregherò per te. Ci vedremo di nuovo in paradiso». Iniziò a piangere e poco dopo… si addormentò.

Ho capito che ci vuole poco: basta la presenza, un sorriso, un’attenzione per rendere felici gli altri e ammirare il sorriso di Dio sui loro volti. Io porto solamente il mio poco amore e loro mi donano Dio. Dio mi ha dato la possibilità di contemplarlo nella presenza e nell’incontro con i pazienti del Centro Saint Michel dove lo vedo con i miei occhi e lo tocco con la mia mano.

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