Makila: Michele, appassionato di montagne e di Dio

di Ennio Bianchi

 Siamo nel pieno della Rivoluzione francese quando – il 15 Aprile 1797nasce Michele. Suo padre, Arnaldo Garicoïts, e sua madre, Graziana Etchéberry, sono rimasti fedeli alla Chiesa, nonostante le persecuzioni e le difficoltà di professare apertamente la fede. Per sposarsi non hanno esitato a passare il confine pirenaico, che si trova non distante da Ibarre, il paese dove risiedono.

Una fede profonda e semplice, la loro, che si nutre della preghiera quotidiana e che trasmettono con convinzione ai sette figli. E che li spinge ad aiutare i sacerdoti che non prestano il giuramento alla repubblica ad attraversare il confine per sfuggire la ghigliottina.

Michele – il maggiore – non ha vita facile: la sua infanzia e la sua giovinezza trascorrono nel lavoro. Dapprima – ancora bambino – custodisce il gregge paterno. Poi, appena adolescente, viene mandato come domestico presso alcune famiglie della zona. Nello stesso tempo fa il sacrestano. Una condizione di servizio che durerà parecchi anni.

La sua formazione cristiana è opera soprattutto della madre: un’educazione improntata alla serietà ed anche ad una certa rigidità. Michele ricorderà sempre con grande riconoscenza ed affetto i doni spirituali ricevuti dalla madre. Non esiterà a dire “Sarei diventato un assassino” senza l’aiuto di Dio, che la madre gli ha fatto conoscere come misericordioso, ma anche come giusto giudice.

E c’era proprio bisogno di una guida inflessibile per il giovane Michele. Il suo carattere non era dei più raccomandabili: forte, ribelle, violento a volte, pronto alle sopraffazioni verso i fratelli in casa e alle vendette fuori. Grazie alla madre, però, il lavoro duro dei campi e di domestico si intreccia con una severa, ma libera e liberante, formazione religiosa.

L’opera della madre favorisce il lavorio interiore di Dio nell’anima del piccolo Michele. Ben presto nasce in lui il desiderio di farsi prete. Una vocazione che è sbocciata tra le cime dei monti che circondano Ibarre e che il pastorello vedeva come la casa di Dio. Scalarle per arrivare a Dio: questo l’impulso che lo spingeva a tentare di raggiungerle. Una volta in cima, rivelavano la loro illusione.

Ma la sete di Dio restava. Inestinguibile. Toccare Dio, poterlo ricevere dentro di sé, come i grandi, nella comunione! Dovette aspettare per la prima comunione i 14 anni: le idee gianseniste del tempo ritardavano l’incontro eucaristico con Cristo. Michele soffrì molto di questa privazione.

Non venne però meno il suo personale avvicinamento a Dio: in quegli anni scoprì, al di là del volto “severo”, l’aspetto di Dio che doveva diventare il fondamento della sua spiritualità e della sua opera di formatore, di predicatore, di confessore, di fondatore: Dio è amore.