Padre Chan: «Ora tocca a noi portare avanti il lavoro degli italiani»

«Nel mio villaggio, Huay Bong, i padri di Bétharram ci sono da sempre. Ha cominciato padre Fognini, poi ci è rimasto molti anni padre Larusse e padre Sala». Inizia così, citando un italiano, il racconto del padre betharramita padre John Chan Kunu e si capisce che i missionari del nostro Paese hanno avuto un ruolo nella formazione di questo giovane che oggi lavora all’Holy Family Catholic Centre in Thailandia. «Ho incominciato i miei studi presso il seminario della diocesi, ma in seguito alla morte di mia mamma ho dovuto far ritorno a casa e ho smesso di studiare. Per fortuna uno dei padri di Bétharram  – vedendomi al villaggio – mi ha chiesto se volevo riprendere a studiare e magari diventare seminarista e io ho risposto subito di sì. Anche se mio fratello non era d’accordo, ho scritto a padre Seguinotte che era nella missione di Maepon, e gli ho detto che mi sentivo pronto. Da quella lettera è iniziato il mio cammino nel seminario minore interdiocesano di Sampran, poi mi sono trasferito nel nuovo seminario dei padri».
«Sono stato ordinato prete il 28 giugno 2008 nella cattedrale di Chiang Mai. Oggi lavoro al Centro da circa 7 mesi e sono molto contento perché ho l’opportunità di fare una nuova esperienza. Qui per me è tutto nuovo, devo imparare una nuova lingua, devo visitare e conoscere i villaggi. Cercherò di imparare la lingua il meglio possibile per poter comunicare senza difficoltà con la gente. I villaggi che seguiamo sono 22, dodici nella zona di Maesai, qui vicino al centro, e altri 10 più lontani nel distretto di Maesuai».
Al microfono di Giovanni Parolari, che nell’ultimo viaggio nelle missioni betharramite thailandesi lo ha intervistato, padre Chan spiega com’è la nuova esperienza al Centro: «Stando qui sento le tracce della vita dei padri di Bètharram che hanno cominciato la missione: padri francesi e italiani. Oggi ne rimangono tre anziani ma penso spesso al lavoro che è stato fatto in tutto il nord della Thailandia quando non c’erano strade o facili collegamenti ed è qualcosa di straordinario. Ora tocca a noi cercare di portare avanti al meglio possibile il loro lavoro: siamo i nipoti di quegli eroici occidentali».