Rifugiati e morti in Centrafrica: ma l’Onu dov’è?

Ancora violenze in Repubblica Centrafrica dove da mesi ormai sono ripresi gli scontri tra i gruppi armati a piede libero nel Paese. Dal 2013 la guerra civile generatasi dal rovesciamento del presidente Francois Bozizé da parte dei Seleka – mercenari provenienti da Ciad e Sudan – non dà tregua al Paese nel cuore del continente africano. Un recentissimo rapporto delle Nazioni Unite rivela numeri sconcertanti con una media di tre civili uccisi al giorno, dei quali 25 contando le due ultime settimane. I fronti contrapposti sono sempre gli stessi: i Seleka che sostengono di difendere gli interessi dei musulmani e gli anti-balaka, gruppi spontanei di autodifesa a maggioranza cristiana. A dispetto dalle apparenze, però, la religione c’entra poco: i gruppi armati infatti scorrazzano nel Paese con lo scopo di controllare le zone più ricche di risorse come oro e diamanti, accontentandosi spesso di fare razzia al proprio passaggio.

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Le Nazioni Unite fanno sapere anche che sono 25mila le persone che si sono rifugiate nel nord della Repubblica democratica del Congo mentre il cardinale Nzapalainga da Bangui ha spiegato che «tre quarti del Paese è nelle mani dei ribelli che saccheggiano, stuprano, distruggono, incendiano, uccidono». Il caos che regna nel Paese si misura anche a livello politico: il governo ha appena fatto un rimpasto e il ministro della difesa Levy Yakete è stato «licenziato» a conferma del clima di instabilità e sicurezza che regna nella nazione, in balia di oltre 14 gruppi armati sparsi sul territorio.

Secondo l’Onu, la metà della popolazione della Repubblica Centrafricana dipende dall’aiuto umanitario ma negli ultimi mesi ci sono stati diversi morti anche tra gli operatori e proprio a seguito dell’escalation della violenza, le organizzazioni internazionali stanno lentamente abbandonando il campo. A rimanere sono i missionari, tra cui i padri betharramiti.

I PADRI BETHARRAMITI DA NIEM

Nel villaggio di Niem si è installato un gruppo di ribelli noto col nome di 3R. Il gruppo (il cui nome sta per RetourRéclamation et Réhabilitation) è composto da fulani, etnia di pastori di fede islamica che ha stabilito da mesi un presidio a 35 chilometri dal villaggio. Dopo la loro irruzione di maggio compiuta col pretesto di proteggere i pastori musulmani dagli anti-balaka, accusati di aver rubato loro il bestiame, si erano contati una ventina di morti e molti sfollati; l’estate era però trascorsa tranquilla e il villaggio si era pian piano ripopolato ma purtroppo il 30 agosto i ribelli hanno ricominciato a sparare per scacciare gli anti-balaka che da pochi giorni avevano ripreso il controllo del paese. In 24 ore hanno saccheggiato le case, svaligiato le boutique del mercato e ucciso due giovani, «colpevoli» di essere tornati al villaggio per recuperare le loro cose. Pochi giorni fa, il 17 settembre, i ribelli sono rientrati a Niem e hanno sparato qualche colpo di fucile causando un fuggi fuggi generale e poi si sono installati al mercato per impedire che gli anti-balaka installassero una loro base.

DOV’È L’ONU? 

Nonostante queste vicende, la missione Onu in Repubblica Centrafricana (MINUSCA), che potrebbe garantire un minimo di tranquillità per tutti, non si è ancora insediata nel villaggio. A New York il vescovo Paul Gallagher ha lanciato un appello all’Onu perché faccia qualcosa ma lontano dal Palazzo di Vetro, sul campo, anche padre Tiziano Pozzi si è rivolto alle Nazioni Unite con una lettera piena d’amarezza: «Una missione della MINUSCA con due blindati e tre auto è passata per andare a Yelewa [dove inizialmente si erano insediati i ribelli, ndr]. Nel pomeriggio, una persona che lavora per la Sezione dei Diritti dell’uomo che faceva parte di questa missione è venuto a dirmi che a Yelewa c’era una donna che non riusciva a partorire ma nessuno dell’ONU si è preso la responsabilità di portarla da noi… Quando è arrivata qui verso sera, a bordo di una moto, il bambino era già morto. Vi domando: quale è il lavoro della sezione dei Diritti Umani? Solo organizzare delle riunioni a Bouar in tutta sicurezza e venire in brousse a fare delle foto?»

«Alla missione siamo pieni di rifugiati – ci racconta padre Tiziano – in attesa che i caschi blu tornino in pianta stabile a Niem. Il mercato ormai si è trasferito davanti alla missione. Molti abitanti sono in brousse, sotto la pioggia in capanne di fortuna, con i bambini malati: una pena infinita. Finché non torna l’ONU la gente non rientrerà al villaggio perché ha troppa paura».