Uno «schiaffo» che m’ha aperto gli occhi

di Giovanni Parolari

 

Ottobre, mese missionario «per eccellenza».
Ottobre mese in cui i riflettori si accendono sulle missioni, i missionari e tutti coloro che hanno fatto una determinata scelta di vita.
Ottobre mese in cui si susseguono incontri, dibattiti, testimonianze di coloro che hanno vissuto e operano in ogni angolo del mondo.

Così è stato anche per me: ricordo bene quando, da “piccolo”, ogni mese di ottobre venivano proposte in oratorio testimonianze di persone, per lo più al sottoscritto poco note, che arrivavano da luoghi con nomi impronunciabili e di certo non ben localizzabili sul mappamondo, a parlare e raccontare di ciò che avevano vissuto fino a quel momento.
Ricordo che questi incontri si svolgevano in un piccolo teatro, un telo sul muro principale che faceva da schermo per le foto e diapositive (sì, proprio diapositive!).
Il missionario di turno spiegava ciò che stavamo vedendo, raccontando la sua storia e il luogo in cui operava.
Con il passare degli anni, partecipando a incontri simili, sentendo quelle parole e guardando altre immagini, tra loro simili, un pensiero nasceva sempre in me: «È proprio un mondo lontano dal mio. Lo so, sono un ragazzo fortunato, che ci posso fare? Quei bambini sono lontani» (che tradotto significava «Immagini toccanti, ma mai e poi mai partirò per una qualsiasi missione»).
Come è strana la vita: dopo alcuni anni mi trovavo su di un aereo in volo sopra il deserto del Sahara, destinazione: missioni betarramite nella Repubblica Centrafricana.
Sono partito non spinto da una qualsiasi voglia di “fare del bene”, di conoscere un nuovo mondo, o di mettermi in gioco in una situazione a me sconosciuta; non sono partito con la convinzione che la mia vita fosse “lontana” da casa e dedicata ai più bisognosi;  sono partito a causa di una promessa fatta a una zia suora l’estate precedente, quando si trovava in Italia per il suo periodo di riposo.
Infatti, un po’ spavaldo, in un pomeriggio caldo d’estate le dissi: «L’anno prossimo vengo a trovarti in Africa».
Mi ha preso alla lettera: infatti se per me quelle parole erano volate via come le foglie al primo vento autunnale, non lo erano per lei. Nel successivo mese di febbraio mi arriva una mail direttamente dal cuore dell’Africa che diceva così: «Hai preso il biglietto? Ad agosto ti aspetto qui».
In pochi secondi capii che non dovevo più fare promesse di quel tipo e allo stesso tempo non mi immaginavo neanche lontanamente di trascorrere due settimane delle vacanza estive in missione.
In questo modo, particolare, iniziava per me non solo il primo viaggio nel cuore dell’Africa ma l’avventura con il mondo missionario.
L’impatto con la nuova terra non fu dei migliori, mi trovavo sulla scaletta dell’aereo pronto per “toccare terra” davanti a me vedevo solo la “famosa” terra rossa e vegetazione molto fitta, ma soprattutto sentivo quel vento caldo e fastidioso che mi segnava il volto. Non vidi molto di più, mi prese quella sensazione strana, quel pensiero che mi faceva dire «Dove sono finito?!» e il desiderio di tornare subito e al più presto.
Fu come ricevere uno «schiaffo» che mi ha aiutato ad aprire gli occhi, a “lasciare tutto, uscire da se stessi, rompere la crosta di egoismo che ci chiude nel nostro Io” (Helder Camara “Missione è”).
Quella prima esperienza , oltre che conoscere un nuovo mondo, così lontano e così diverso, mi ha fatto capire cosa vuol dire “lasciare la propria casa”.
Mi trovavo così anche io, nel mio piccolo, in quelle foto, in quelle “diapositive” lungo il cammino di questi
missionari; mi trovavo così in mezzo a quei bimbi che avevo visto e di cui avevo sentito solamente parlare tramite i
racconti e le testimonianze. Mi sono trovato con i missionari a vivere la loro quotidianità, a conoscere le loro storie, le loro scelte di vita, a vivere con loro le difficoltà e le gioie quotidiane, a sentire ogni giorno, il bussare alla porta della missione.
È proprio vero che da quella prima esperienza mi si è aperto un mondo, e così negli anni successivi ho deciso di riprendere quello stesso aereo per tornare nelle stesse missioni, non per una promessa questa volta, ma spinto dalla voglia di riprovare quelle sensazioni, difficili da spiegare con le parole; dalla voglia di ritrovarmi a fianco dei missionari, conoscere sempre di più le loro vite e condividere parte del loro cammino in queste terre lontane.
Così è stato per l’Africa, così è stato per la Thailandia, pur se in un altro contesto, con altre persone, in un’altra lingua, in mezzo ad altre difficoltà e altre emozioni. Ma un filo conduttore mi ha accompagnato in tutte le mie esperienze: la figura del missionario, il suo spirito di avventura, forse un po’ di “sana pazzia”, il suo essere sempre pronto per l’altro, il suo ingegnarsi nel risolvere i problemi, che non sono affatto solamente «spirituali»…
Non posso che essere grato a quella promessa fatta in un pomeriggio di una calda estate: da quelle parole, quasi non pensate, ho avuto la possibilità di ampliare i miei orizzonti fino ad allora chiusi nel piccolo orticello della mia quotidianità; ho avuto la fortuna di conoscere nuove persone, non solo missionari, ma tanti compagni di viaggio, ognuno con la propria storia, con cui ho potuto condividere brevi o lunghi tratti del cammino di questi anni. Allo stesso tempo è capitato anche a me, e capita tutt’ora di trovarmi io stesso a mostrare delle foto o dei video dell’esperienza non solo per raccontare la mia  piccola esperienza ma per cercare di dare voce a chi continua nella propria opera missionaria; allo stesso tempo con uno spirito diverso, mi preparo ad ascoltare nuove testimonianze di questo che oggi sento un po’ il mio mondo.
“Missione è soprattutto, aprirsi agli altri come a fratelli, è scoprirli e incontrarli” partendo da chi ci sta vicino, fino ad
arrivare in ogni angolo del mondo.
Grazie a voi, missionari, sacerdoti, suore, laici, volontari per il vostro esempio di vita, grazie per la vostra testimonianza piena di amore, generosità, altruismo.

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