Volontariato è: Claire, infermiera a Bouar

 

Con questo racconto, inizia una rubrica sui tanti volontari che hanno speso giorni e mesi (a volte anche anni!) nelle missioni betarramite. 

Claire Guillot, francese d’origine, nel 2011 prende un volo da Parigi: per due anni lavorerà come infermiera volontaria al centro betarramita intitolato a San Michele in Centrafrica.

Appena arrivata a Bouar, dove ha sede il centro diretto da fratel Angelo Sala, ho pensato che non avrei mai potuto essere una «super infermiera» pronta a sostenere la difficile situazione di qui: in fondo, ero laureata solo due anni, inoltre ero straniera in un Paese di cui non conoscevo né la lingua né la cultura… insomma, era qualcosa di molto diverso dal lavoro che ero abituata a fare in Francia.
Eppure, dopo un corso di sango (la lingua locale) e un apprendistato sotto la guida dell’infermiera volontaria che mi aveva preceduta e naturalmente di fratel Angelo, in pochi mesi eccomi operativa.

La mia giornata inizia con le visite, nelle quali imparo ad ascoltare e a conoscere i pazienti: in questo momento si spiega ai pazienti cos’è l’Aids, si valuta l’efficacia delle medicine anti-retrovirali (cura periodica per sieropositivi ndr) e si prescrivono cure personalizzate.
Alla fine delle visite, insieme ai consulenti-assistenti sociali, pianifico le visite a domicilio per i pazienti che sono rimasti a casa, perché troppo malati, o per quelli che per vari motivi non si sono presentati all’appuntamento. Il pomeriggio invece è dedicato alla parte amministrativa e alla sistemazione delle cartelle cliniche.

Con la mia esperienza posso testimoniare che il Centro Saint Michel è una squadra di professionisti centrafricani e italiani tutti uniti nella comune missione. I miei colleghi centrafricani sono sempre stati disponibili per aiutarmi a comprendere le situazioni più difficili. Fratel Angelo, padre Tiziano, la dottoressa Ione e il dottor Giovanni Gaiera (medico infettivologo che lavora al San Raffaele di Milano) mi hanno trasmesso molte delle loro competenze e mi hanno sempre sostenuto.
Certo, vivere per due anni lontano da casa, in un luogo tanto distante e così diverso, non è semplice: mi sono resa conto che serve un po’ di “sana follia” e di gioia di vivere ma anche molta pazienza e un pizzico di humor. Insomma, la missione richiede tempo: posso dire che mi ci è voluto un anno per cavarmela davvero con la lingua e poter instaurare relazioni di fiducia con i pazienti. L’arrivo di una volontaria nella squadra di lavoro richiede un importante investimento di energie da parte delle persone che lavorano nella struttura; perciò in poche settimane è difficile dare compimento alla propria missione…
Nei due anni in Centrafrica ho condiviso con i pazienti momenti di gioia (una nascita oppure il test negativo per un bambino figlio di madre sieropositiva), oltre alle tante situazioni difficili (come la perdita di un famigliare e la scoperta della propria sieropositività).
Ma lavorare al Centro Saint Michel è stato sopratutto scoprire qualcosa della comunità religiosa dei padri betarramiti e delle suore che li assistono. Una esperienza unica, che ha lasciato il segno.