Volontariato è: un sogno diventato realtà

Per la rubrica “Volontariato è” oggi vogliamo proporre la testimonianza di Ugo Zugnoni, uno dei decani dei volontari, fedele alle missioni betarramite in Centrafrica che all’attivo ha 13 viaggi; ma già con l’idea e la voglia di ripartire.

Da qualche anno nella stagione invernale con Ulisse e Silvio, amici di “vecchia data” ci rechiamo  a Niem, villaggio nel cuore della savana centrafricana dove operano i missionari betarramiti. Come in ogni missione che si rispetti anche qui c’è bisogno di tutto: il pozzo per l’estrazione dell’acqua, la costruzione di scuole, dispensario, piccole chiese di villaggio, piccoli e grandi lavori nella casa dei padri e delle suore: insomma serve proprio tutto.
Durante le varie “spedizioni” (ad oggi sono 13) fatte lungo questi anni, abbiamo potuto costruire in un primo momento, e ampliare in un secondo momento il dispensario dove opera padre Tiziano, e sistemato la chiesa del villaggio. Ma pensando a tutti questi viaggi ed esperienze non può non venirmi in mente quello che è accaduto nel 2010: come spesso accadeva alla domenica accompagnavamo il missionario in uno dei villaggi dove doveva recarsi per la celebrazione della messa: era l’ultima domenica prima del nostro ritorno in Italia e in quell’occasione abbiamo accompagnato padre Arialdo al villaggio di Galilé.
Ricordo bene quando siamo arrivati nel “piazzale” del piccolo villaggio dove era stata costruita la cappella, se così si poteva chiamare: rimanemmo senza parole nel vedere la piccola costruzione fatiscente in mattoni di terra essiccata, il tetto in paglia semi scoperchiato con un palo al centro della costruzione a sostener il colmo, che dava l’impressione di voler cedere da un momento all’altro. Le panche per i fedeli erano quanto di più semplice e spartano ci potesse essere: due legni a “Y” piantati in terra ed un legno trasversale come sedile.
La celebrazione della Santa Messa è stato qualcosa di impensabile: erano presenti 70 persone tra piccoli e grandi; si è subito formato un piccolo coro di ragazzi giovani, canti e balli tutti con vestiti colorati. Assistevo alla celebrazione e mi venivano in mente le parole di Gesù: “ … Beati i puri di cuore … ”.
Rientrato pochi giorni in Italia, ho “rivisto” come in un film, l’esperienza appena conclusa ed inevitabilmente i miei pensieri fin da subito si erano soffermati sulle condizioni della piccola e malridotta chiesetta di Galilè: ne ho parlato con i miei amici, e loro mi avevano fatto notare fin da subito l’aspetto economico di quello che avevo in mente; ma non mi volevo arrendere. Qualche settimana dopo, partecipando ad una delle tante feste di Paese, ho parlato del mio progetto: uno dei presenti, che non conoscevo, mise mano al portafoglio e mi diede, lì sul posto, il suo aiuto, dicendomi che voleva essere il primo a contribuire alla realizzazione della nuova chiesetta del villaggio. Quel gesto, fatto da uno sconosciuto, è stato per me come una piccola luce nel buio: un segno che quel progetto si poteva portare avanti. Riuscii a mettermi in contatto con padre Arialdo per spiegargli quello che mi ero messo in testa di fare e subito lui fu d’accordo per la realizzazione della nuova chiesetta nel villaggio di Galilé; qualche giorno dopo ricevetti sue notizie nelle quali mi diceva che aveva parlato con gli abitanti del villaggio che si erano già messi all’opera per la realizzazione dei mattoni.
Intanto qui in Italia aveva inizio la presentazione del progetto e in poco tempo si riuscì a raccogliere il necessario per la realizzazione del progetto.
L’anno successivo sono ripartito per Niem con l’idea di riuscire a costruire la chiesa, ma la situazione non era così semplice: come attrezzi avevamo infatti a disposizione tre picconi, quattro pale, una carriola ed alcune assi di legno per i ponteggi.
Purtroppo il nostro soggiorno si concluse senza aver potuto terminare il lavoro, ma il grosso era fatto: mancavano pochi mesi alla realizzazione del progetto.
Quando penso a queste esperienze in terra centrafricana con i missionari non posso che sostenere che occorre imparare a sorridere sempre a tutti; stringere la mano a piccoli e grandi, ricchi e poveri, neri e bianchi. Occorre dare una carezza, un sorriso ai bambini e parlare con parole e gesti con loro; e alla sera occorre sapersi fermare un attimo e, nel silenzio, guardare il cielo del nostro cuore: è un’esperienza bellissima.

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