Giornata missionaria: il tessuto della fraternità

Bambaran: ecco la “parola magica” della Giornata missionaria celebrata domenica 25 ottobre anche nella parrocchia Sacro Cuore di Lissone. In alcune lingue africane il “bambaran” è il drappo coloratissimo che ogni mamma tesse – sempre nuovo e diverso per ogni figlio – per il bambino che nascerà; quale simbolo migliore, dunque, per una Giornata che quest’anno nella diocesi di Milano aveva per tema “Tessitori di fraternità”? Infatti l’attivissimo Gruppo missionario della parrocchia ha sistemato ai piedi dell’altare la riproduzione di un telaio africano e accanto la sagoma di una mamma con il suo bimbo nero avvolto nel “bambaran”. Poi ci ha pensato Camilla Frigerio, giovane studentessa in medicina che nel 2019 ha trascorso un periodo di volontariato a Niem (Centrafrica) nel dispensario del betharramita lissonese padre Tiziano Pozzi, a rendere ancor più vivo il quadro con la sua convinta testimonianza. Eccola:

 

«Sono partita la scorsa estate e ho trascorso un mese presso il centro missionario di Niem, dove opera il vostro compaesano padre Tiziano Pozzi. Sono partita perché sentivo il bisogno di confrontarmi con una realtà diversa. Pensavo di aver perso un po’ il focus della mia vita. Ho sempre sentito il bisogno di fare qualcosa per gli altri, sono infatti anche una volontaria della Croce rossa, ma in quel momento non mi bastava. Due sono le parole che possono racchiudere la mia esperienza: unione e sorpresa. Ero molto decisa a partire, avevo immaginato cosa avrei potuto vivere, tuttavia è stata una sorpresa. Un conto è immaginarsi l’Africa, un conto è viverla con la sua realtà che spesso è dura: ricordo bene la prima settimana a Niem, ho pensato di aver sbagliato, di non essere pronta a buttarmi in quella realtà. La morte al dispensario era mia compagna quotidiana, vedevo scene che non riuscivo a comprendere. Ero partita con grandi progetti ma la realtà era diversa. È stato in quel momento che è accaduto un episodio. È arrivato al dispensario un bimbo di qualche mese con la malaria e molto anemico, necessitava di una trasfusione tuttavia a Niem non esistono banche del sangue e il donatore si cerca tra i familiari. Il bimbo era zero positivo, nessuno di loro lo era. Io però sì. Quel giorno ho donato il mio sangue a quel bimbo: un piccolo gesto che mi ha fatto ritrovare il senso di essere in Centrafrica proprio in quel momento. Stavo sbagliando: cercavo di comprendere una realtà completamente diversa dalla mia riportandola alla mia cultura. Essere missionario invece è uno scambio di culture alla pari, è un portare la vita condividendola con la comunità con cui si è scelto di stare. L’Africa mi ha insegnato ad essere grata per ciò che ho e per il dono della vita. Forse solo ora in questo momento ci accorgiamo di tante cose che davamo per scontate. In Centrafrica invece hanno poco ma sanno quanto la vita è preziosa perché vedono ogni giorno la morte. Anche quando tutto sembra grigio dobbiamo cercare un motivo per sorridere, farci forza, perché un sorriso è speranza di una giornata e di un domani migliore. Non dimenticatevi di sorridere, ora più che mai».

 

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