I betharramiti e l’epidemia

In questi giorni di Coronavirus dall’archivio betharramita spunta un bell’articolo firmato da padre Mario Soroldoni e pubblicato nel 1950 sulle pagine della rivista “Bel Ramo”.  Il pezzo racconta come tre preti betharramiti – monsignor Lacoste, padre Saubatte e l’italiano Severino Fognini – affrontarono la peste scoppiata in Cina mentre vi si trovavano in missione.
La peste avvenuta il 1945 nella valle di Kan-ai presso i confini della Birmania ha causato 3.500 vittime. Gli abitanti sono scesi a 8.500 in pochi mesi, da marzo a novembre. Ci vorrebbe la penna del Manzoni per descrivere l’orrenda carneficina della peste di quell’anno ma soprattutto per mettere in luce la figura di tre eroi della nostra missione, buttati in corpo e anima nella mischia epidemica, memori del detto evangelico: «Qualunque cosa farete a questi lo farete a me».
Questi tre padri – uno dei quali è attualmente vescovo, monsignor Lacoste, il secondo un italiano, padre Fognini di Tartano, il terzo un francese, padre Saubatte – avevano trascorso un mese di terribile villeggiatura dietro i fili spinati di un campo di internamento giapponese. Ogni giorno da quel campo usciva una triste comitiva destinata alla fucilazione. I nostri tre sconcertavano, con la loro allegria e il gioco delle carte, le guardie di servizio. Solo la Provvidenza saprebbe dire come sono usciti da quell’inferno. L’armata americana sopraggiunse a incalzare gli ultimi fusti di cannone giapponese verso la ritirata.
Passato il temporale della guerra, venne la peste. I tre padri, abbandonate le loro posizioni, s’avviarono sul luogo del disastro, dove già le vittime giacevano recise dal morbo. Il padre Saubatte dopo due giorni di strada, giunse a Teng-Chong presso l’Ufficio d’igiene a sollecitare medicinali e personale. Finita l’ispezione sul luogo, vi rimasero solo i tre padri. Qui ebbe inizio la silenziosa epopea dei tre missionari. Chiamati ovunque partivano a cavallo, a piedi, sempre carichi dei salutari rimedi. Alcuni giorni – questo per due mesi continui – le iniezioni giungevano a 400. In media furono fatte 150 iniezioni al giorno e distribuite 30mila compresse anti bubboniche. Gli appestati, sentendosi meglio dopo il primo giorno di cura, distribuivano ai vicini la loro porzione di compresse, causando guai disastrosi. Per una volta – dicevano i missionari – la carità bene ordinata cominci da voi e vi finisca! L’opera svolta da questi eroi fu encomiata dal governo cinese e dagli ufficiali americani. Gli stessi protestanti dell’ospedale di Teng-Chong non sapevano capacitarsi davanti a una tale opera concreta del cattolicesimo. C’è forse da spettarsi una conversione totale da parte dei colpiti? Gli umili hanno già mostrato la loro riconoscenza venendo in file interminabili alla missione a dire il loro grazie.