«Non sono mai stato così vicino alla gente e alla Provvidenza»

Ha parlato due ore senza quasi prendere fiato in un italiano perfetto e con un’inaspettata positività padre Ibrahim Alsabagh che ieri sera era ospite della parrocchia Sacro Cuore di Lissone. Il frate minore siriano che è parroco della città di Aleppo dal 2014 ha fatto una narrazione accostando alle cronache della guerra civile  – che anche in questi giorni continua a insanguinare il Paese nell’indifferenza dei media – gli innumerevoli episodi di grazia e provvidenza capitati a questa comunità di cristiani in trincea. «Quando ho lasciato la Siria per entrare in seminario avevo 19 anni; diventato sacerdote sono stato mandato ovunque ma mai sono tornato al mio Paese. Solo nel 2014, mentre stavo continuando gli studi, il superiore mi disse che la gente di Aleppo (un mondo sconosciuto per me che sono nato a Damasco) aveva bisogno e io ho detto “Vado io”. Quella risposta chiaramente folle non veniva da me ma dal Signore che da allora mi ha parlato moltissime volte». Alla guida della parrocchia San Francesco di Assisi di Aleppo padre Ibrahim ha curato decine di progetti per la sua gente: negli anni in cui mancava l’acqua corrente ha aperto a tutti il pozzo della parrocchia attivando persino un servizio di consegna a domicilio per chi non poteva attingervi in prima persona; ha organizzato grandi distribuzioni di vestiti, offerto oltre tremila pacchi alimentari al mese, ricostruito un migliaio di case e lanciato un progetto di micro credito per aiutare la gente ad aprire piccole attività. «In questa complessa guerra civile i cristiani sono dei bersagli: praticamente il 90 per cento delle chiese siriane sono state distrutte o danneggiate. Anche la parrocchia San Francesco è stata centrata da un missile mentre celebravamo la messa ma per fortuna non ci sono stati morti. Questo è già un miracolo ma non è il solo. Mi sarei aspettato che nessuno sarebbe più venuto in chiesa, invece paradossalmente da allora siamo stati sempre di più: la preghiera ci dà la forza di restare».

 

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Foto: Gianni Radaelli