Padre Beniamino: «A Bangui la sfida è creare coesione sociale»

Intercettato durante le sue vacanze italiane prima del rientro in Centrafrica, padre Beniamino Gusmeroli ci ha raccontato come sta andando la nuova esperienza missionaria dei padri betharramiti nella capitale Bangui. 

 

Mi sono trasferito nella capitale a novembre scorso e dunque è quasi un anno che sono a Bangui insieme a padre Armel. Mi è stato chiesto di spostarmi per dare inizio alla nuova esperienza missionaria che è stata affidata ai padri betharramiti dal cardinale di Bangui. Devo dire che – anche se ho trascorso 22 anni a Bouar – non ho avuto paura di cambiare: semplicemente mi sono preoccupato che le attività messe in piedi in questo periodo (progetto agricolo, scuole, parrocchia…) fossero in grado di proseguire da sole. Per il resto mi sono rimesso in gioco sapendo di dover ripartire da zero con la speranza però di mettere a disposizione della nuova realtà l’esperienza di 25 anni in Centrafrica.

 

Ora ci troviamo a Bimbo, un comune di 30mila abitanti nella periferia sud ovest di Bangui: si tratta di un quartiere che è una specie di baraccopoli formatasi con l’arrivo dei rifugiati in fuga dalla guerra scoppiata in Centrafrica nel 2013. La situazione vissuta dalla popolazione è quindi piuttosto precaria: qui sono confluite persone dai quartieri di Bangui ma anche dalla zona centro-orientale del Paese. Le famiglie cercano uno spazio libero e costruiscono una capanna con l’obiettivo di rimanere: non la considerano una soluzione provvisoria ma definitiva. Bisogna sapere anche che Bangui è una metropoli con circa due milioni di abitanti; dunque il contesto è molto diverso rispetto alla città di Bouar che contava più o meno 70mila abitanti. Qui la gente che vive di agricoltura fa fatica a trovare un pezzo di terra da coltivare; alcuni mi raccontano che si trasferiscono in campagna per una quindicina di giorni per lavorare e poi ritornano a Bimbo. Oltre al quartiere di Bimbo ci sono stati affidati 18 villaggi lungo gli 80 chilometri del fiume Ubangi che sono raggiungibili per via fluviale e che, pur non essendo lontani dalla capitale, non godono di nessun vantaggio rispetto a quelli dei dintorni di Bouar; da questi si differenziano unicamente per il fatto che si trovano in una zona di foresta e non nella savana.

 

Quando sono arrivato a Bangui sono rimasto colpito nel vedere quanti bambini girano nei quartieri, giocando in mezzo alla strada con un pallone di stoffa o di gomma sgonfio. Per questo la prima idea che mi è venuta è costruire una scuola. In città la scuola è fondamentale perché altrimenti le prospettive per i ragazzi sono solo quelle dell’emarginazione.

Non a caso questa è stata anche una delle prime richieste che la gente mi ha fatto. Insieme alle persone più sensibili ci siamo incontrati e abbiamo parlato della situazione, poi ci siamo messi all’opera. In zona c’è un’associazione che si occupa di problematiche legate ai minori che aveva cominciato una specie di scuola sotto un tendone, con un insegnante di buona volontà e pochissimo materiale. Ci siamo incontrati con loro e abbiamo immaginato una scuola dotata di una struttura, un corpo insegnante e materiali adeguati: ci siamo resi conto infatti che ormai anche in Africa non ha più senso fare le cose alla buona, tutto va fatto con criteri di professionalità per offrire un servizio di livello che permetta ai bambini non solo di imparare a contare ma anche di aprire gli occhi sulla situazione e sviluppare una coscienza sul continente di oggi.

Grazie alla disponibilità di AMICI Betharram Onlus e di Jiango Be Africa abbiamo così realizzato due aule che accolgono dai 60 ai 70 alunni. Con un sistema di doppio turno di insegnamento, al mattino e al pomeriggio, riusciamo quest’anno a ottobre riusciamo a far partire quattro classi. Abbiamo trovato un direttore in pensione che si è messo a disposizione per seguire l’istituto gratuitamente e  abbiamo selezionato con una specie di concorso quattro insegnanti che hanno già fatto un corso di aggiornamento. Per quanto riguarda il materiale scolastico invece contiamo sull’aiuto di organismi come l’Unicef: speriamo di avere da loro un numero sufficiente di testi di matematica, grammatica e lettura; il resto delle materie – come storia e geografia – vengono spiegati con fascicoli stampati sul posto che sono più facilmente reperibili. Questo è il primo progetto che abbiamo attivato anche se un altro scopo dichiarato della missione è accogliere i giovani che hanno terminato il liceo a Bangui e desiderano fare un anno di ricerca vocazionale. Prima ancora di progetti di promozione umana e di evangelizzazione, però, mi rendo conto che il grande lavoro da fare è mettere insieme gente che proviene da posti diversi del Centrafrica: bisogna creare coesione sociale, comunità, fiducia reciproca e nel futuro.