Alessandra, dottoressa col «tocco» betharramita

Ha il colore betharramita il «tocco» che si appresta a indossare oggi Alessandra Corti, neo dottoressa all’Università di Firenze e storica militante del gruppo giovani Betharramici. Per concludere il suo percorso di studi in Scienze dell’educazione e della formazione, infatti, la ventiquattrenne di Montemurlo ha scelto di discutere una tesi dal titolo «Il linguaggio universale dell’incontro. Le emozioni di adolescenti ivoriani e italiani», la cui redazione è stata possibile grazie all’esperienza fatta la scorsa estate a Katiola, in Costa d’Avorio, dove giovani italiani e francesi hanno trascorso un periodo di campo-lavoro all’interno delle missioni betharramite. «Prima di partire per l’Africa – ci spiega Alessandra – avevo già deciso su cosa fare la tesi: volevo capire se le emozioni sono universali o culturalmente apprese. Così ho deciso di inserire l’argomento di laurea nel viaggio in Costa d’Avorio: lì, durante i momenti di pausa dal lavoro, ho intervistato cinque ragazzi delle parrocchie che abbiamo visitato, chiedendo a ognuno di dirmi cosa sono per loro gioia, tristezza, paura, rabbia, disgusto e sorpresa». Tornata in Italia, Alessandra ha riproposto le interviste ad altrettanti ragazzi dai 14 ai 17 anni che frequentano il Centro giovani di Pistoia coordinato da padre Simone Panzeri nella chiesa di san Francesco. «Ho scoperto che le emozioni sono uguali per tutti, anche se nascono da bisogni e culture diverse: per esempio, gli ivoriani legano la sorpresa alla natura (uno mi ha detto che si sarebbe sorpreso quando avrebbe visto per la prima volta la neve…), gli italiani invece pensano piuttosto all’emozione che si prova quando si scartano regali. Anche la tristezza in Africa si lega all’ingiustizia, alla mancanza di cibo e alla guerra; da noi è un sentimento che si prova quando si viene esclusi dal gruppo dei pari. Diverso è anche il modo di reagire alle emozioni negative: gli ivoriani stanno da soli per paura di diventare violenti e allontanarsi dal comandamento di Dio; i ragazzi italiani invece si buttano subito nel litigio». All’Africa conosciuta grazie a Bétharram, Alessandra ha dedicato una riga del suo lavoro con un ringraziamento speciale a quel continente nero che l’ha accolta.