#inviaggioconmanuel al villaggio di Yelewa

Prosegue il viaggio di Manuel, giovane di Livigno attualmente in Centrafrica come volontario nelle missioni betharramite. Ecco cosa ci scrive…

Si parte poco dopo l’alba in direzione Yelewa, il villaggio sulla collina dove sono arroccati i ribelli. La strada è una sola per cui non c’è pericolo di perdersi: siamo quasi arrivati al villaggio, quando giriamo a destra verso la chiesa. Di fronte a me e a padre Arialdo compare una casa pitturata di bianco con qualche decorazione azzurra, una delle poche che non è realizzata con mattoni di terra rossa a vista e che ha il tetto in lamiera. È la casa del catechista e della sua numerosa famiglia: sono nove figli, di cui uno ha fatto il viaggio in jeep con noi da Niem. Appena arriviamo, tutti gli altri fratelli ci sfilano davanti per stringerci la mano e salutarci. La moglie va a spazzare la chiesa e a prepararla per la celebrazione della messa. Uno dei figli, intanto, accende un fuoco sulla nuda terra rossa, mentre un altro si carica un mucchio di catini e baccinelle sulla testa e si avvia verso il pozzo. Lo stesso che ha acceso il fuoco recupera due tamburi della chiesa e li accosta al calore delle fiamme per indurirne la pelle: forse un sistema per accordarli… Nel frattempo l’altro figlio torna con le baccinelle d’acqua e la madre – che ha finito di rassettare  la chiesa – comincia a fare il bagno a turno ai figli più piccoli. Poi tutti si vestono con gli abiti della festa, ovvero i più belli del loro scarno guardaroba.

Nel frattempo la gente comincia ad affluire in chiesa, richiamata dalle campane: in realtà a suonare è un cerchione metallico appeso a una pianta fuori dalla chiesa che viene battuto con una bacchetta. La “campana” viene suonata due volte, appena arriviamo e poi una mezz’oretta dopo. La messa è piacevole anche per uno che non entra in chiesa da oltre dieci anni come me, eccetto quando mi trovo su suolo africano.

A conclusione, il catechista invita me e il missionario a entrare nella sua casa: nel primo locale è stato apparecchiato un tavolino con due piatti di pasta fredda e un thermos di cioccolata calda. Siamo soli in casa, la famiglia è tutta di fuori sotto il sole; solo gli ospiti rimangono dentro a mangiare: così vuole la tradizione, per quanto strano possa apparire.

Ripartiamo per quell’unica strada che abbiamo percorso in mattinata. Ad una curva Padre Arialdo rallenta per farmi vedere dove è stato fermato e derubato dai banditi qualche anno fa: quella volta hanno ucciso anche delle persone prima di lasciarlo a piedi in mezzo alla savana e scappare con la sua jeep. Prima di raggiungere a piedi il villaggio più vicino distante qualche chilometro, Arialdo ha ritrovato la jeep abbandonata sul ciglio della pista. Raccontare questa storia è forse uno strano modo di tranquillizzare i passeggeri (anche perché per me questa strada tutta buche ha qualcosa di inquietante), ma da queste parti si è abituati a buttare tutto sul ridere.
Come quando suoni il clacson per farti strada e avvisare le persone sopra biciclette stracariche di merce e sacchi destinati al mercato e, per evitare la jeep, quei malcapitati finiscono sempre gambe all’aria.

È mezzogiorno quando rientriamo alla missione di Niem, integri nonostante le buche e quella specie di cioccolata calda solubile che mal si abbinava con la pasta fredda, ma che – comunque sia – aveva il sapore squisito dell’ospitalità africana.