#inviaggioconmanuel: «Nei gesti della gente vedo la vita»

Prosegue il viaggio di Manuel, giovane di Livigno attualmente in Centrafrica come volontario nelle missioni betharramite. Ecco cosa ci scrive…

La capretta che padre Arialdo ha preso in ostaggio e legato sotto la tettoia della legna ha belato tutta notte: è qui alla missione ormai da alcuni giorni, da quando l’ha catturata mentre gli mangiava l’insalata dell’orto. L’ha portata a casa e messa sotto chiave in attesa che il proprietario venisse a pagargli i danni ma, ad oggi, non si è fatto vedere nessuno e la capretta continua a rimanere in ostaggio fuori dalla capanna del missionario.
Comincia così una nuova giornata. All’ospedale c’è ancora qualche lavoro da fare, io e Gianni siamo impegnati nella realizzazione del corridoio che dal dispensario porta al nuovo blocco operatorio e passo lì la maggior parte del tempo: è come essere al centro di una piazza, se mi fermo un attimo e mi guardo intorno vedo tanta gente, anche qualche tipo strano come il venditore di serpenti che è arrivato con due grossi rettili che aveva appena ucciso. Qualcuno li ha comprati, saranno la prelibata cena della serata.
Dalla mia posizione di spettatore ai margini del cortile vedo scorrere la vita nei gesti delle persone che pian piano comincio a conoscere, ospiti quasi fissi dell’ospedale. C’è quella bella ragazza che guardo sempre un po’ di nascosto: ogni tanto mi scopre a fissarla e sorride dicendo qualcosa all’amica. Non abbassa mai lo sguardo, sono sempre io a distoglierlo quando vengo colto in “flagrante”. Non credo che sia una delle tante mamme con figli al seguito che affollano l’ospedale, sembra molto giovane, fin troppo per avere una torma di bambini a cui badare. Forse è qui per accompagnare un suo parente, magari la madre… Ce ne sono tantissime di donne con la loro prole al seguito. Le osservo da tanti giorni ormai e in base a quello che fanno riesco a capire che ore sono senza bisogno di guardare l’orologio: c’è il momento della colazione, quello in cui vanno a prendere la legna, quello in cui lavano le stoviglie vicino al canale di scolo sedute sui loro bassi sgabelli. Quando i fuochi cominciano a fumare è quasi ora di pranzo e loro sono indaffarate in “cucina”. Poi il pomeriggio si lavano con delle specie di teiere che i primi giorni mi avevano fatto credere che prendessero sempre tutti il tè, oppure lavano i figli più piccoli sfregando loro addosso il sapone con molta veemenza. Quasi sempre i bambini piangono disperati come se fossero sotto tortura. Momenti della giornata che imparo a conoscere lavorando a margine di quella specie di “mercato all’aperto”.
Gli uomini si vedono poco, per lo più passano quando vanno al bagno (sempre con teiera in mano) oppure si fermano a chiaccheirare con noi per passare il tempo.
I bambini sono ovunque. Alcuni scappano piangendo quando li guardo, altri sono un po’ diffidenti, ma non al punto da fuggire. Tutti gli altri sono sempre intorno come un nugolo di mosche. Ma ci si abitua… fanno parte della routine quotidiana come la colazione la mattina. Quando la sera torno verso la missione ho sempre alle spalle un’ombra ben più grossa di quella che potrei proiettare io solamente. È sempre ingigantita da quelle dei bambini che mi seguono… alcuni chiedendo di tutto e di più, altri solamente per giocare un momento.
E quando il sole tramonta rimango solo con la mia solitudine, io e lei a farci compagnia dopo cena quando fuori è buio e prima di lasciarmi cullare dal rollio delle onde sull’oceano dei sogni in attesa di un nuovo giorno nella missione.