#inviaggioconmanuel: un popolo in lento cammino

Un’altra pagina del diario di viaggio del volontario Manuel, ovvero un’altra avventura.

A Service Kollo c’è una scuola che ha sempre bisogno di nuove aule. L’anno scorso c’erano così tanti bambini che hanno dovuto aggiungere una nuova classe alle quattro che già c’erano. Quest’anno però il numero dei bambini è aumentato ancora e hanno dovuto improvvisare una tettoia in paglia all’aria aperta con dei tronchi “biforcuti” piantati in terra su cui appoggiano degli altri tronchi che fanno da panca. La lavagna ha visto tempi migliori, ma assolve ancora al suo scopo. La tettoia non è una soluzione definitiva, serve solo a dare un po’ di tempo ai muratori che sono già al lavoro per costruire due nuove aule. I bambini che frequentano la scuola di questo villaggio sono tantissimi.
Entro nella classe prima con padre Arialdo, la mia guida in questo mio periodo centrafricano, e tutti si alzano per salutare in maniera composta il missionario: a colpo d’occhio sembrano tanti, molti di più dei canonici ventiquattro alunni per classe che da noi erano il numero massimo quando andavo a scuola.
Non solo sembrano tanti, sono proprio tanti! Provo a contarli e arrivo fino a novantacinque... Li riconto per essere sicuro di non aver sbagliato, ma il risultato è sempre novantacinque.
Sono seduti quattro per banco tutti con una lavagnetta in mano, padre Arialdo ha portato con sé dei gessetti e subito li distribuiamo ai bambini. Poi fa scrivere al maestro una parola alla lavagna che gli alunni devono ricopiare sulla loro lavagnetta con i gessetti bianchi che gli sono stati appena consegnati. I bambini provano a scrivere, ma si guardano tra loro sconcertati perché i nuovi gessi non lasciano alcun segno sulla lavagna.
Padre Arialdo chiede che succede, fa un po’ di scena (è un intrattenitore nato: lo si capisce dal modo che ha di raccontare storie e persino dalle sue prediche…), i bambini non sanno rispondere: allora il padre sorridente fa loro segno di provare ad infilare in bocca il gessetto e di masticare. Anzi, ne prende uno e se lo mangia per dare l’esempio. «Sono bonbons, caramelle di quelle che si vendono da noi: vengono direttamente da Livigno».
I bambini tentennano, poi adagio cominciano a mordicchiare i gessetti e quindi a ridere divertiti e sorridenti. Usciamo dalla classe affollatissima ed entriamo in un’altra. Non sono novantacinque, ma non molti meno. A questi padre Arialdo consegna qualche matita colorata e qualche foglio da disegno. La scena si ripete anche nelle altre classi tutte affollatissime di bambini.
Prima di lasciare la scuola e il villaggio di Service Kollo una delegazione di ragazzi più grandi si avvicina al padre con rispetto per chiedere un pallone da calcio, quello che hanno è tutto rotto: guardo il campo in cui giocano con tronchi di legno come porte, niente traversa… non stento a credere che il pallone sia rotto. Anzi, a dire la verità mancherebbe anche il palo di una delle due porte: è appoggiato per terra in attesa di essere messo a posto prima della prossima partita. Lasciamo il villaggio e lungo la strada diamo un passaggio a una donna sorridente e riconoscente con un bambino in braccio e un sacco pesantissimo in equilibrio sulla testa: va verso Niem e ci sarebbe andata a piedi se non avesse incontrato noi. All’andata avevamo dato un passaggio ad un uomo disperato che andava a Yelewa perché gli era appena morta la moglie. La sua disperazione ce l’aveva scritta negli occhi, forse è quello che ha convinto padre Arialdo ad arrestare la jeep per dargli il tempo di salire sul cassone. Da lì Yelewa distava ancora una ventina di chilometri e anche lui ci sarebbe andato a piedi. Lungo la strada è pieno di gente così che si sposta con grossi carichi sulla testa e cammina per chilometri sotto il sole cocente: sembra un popolo in cammino, che va lentamente ma in cammino.