La quarantena nel mondo betharramita sulla Nef

Come vivono la quarantena in comunità i religiosi betharramiti? Prova a raccontarcelo la Nef (qui) che – grazie agli interventi dei superiori – ci dà conto della nuova quotidianità imposta dal Covid-19 che ha toccato tutta la famiglia di San Michele. Per Francia, Spagna, Costa d’Avorio, Centrafrica e Italia parla il superiore Jean-Luc Morin: «Quasi ovunque e volentieri, i “campi volanti” hanno adottato una forma di chiusura, rinunciando a tempo indeterminato all’attività pastorale. Nelle parrocchie in cui siamo impegnati  varie iniziative compensano l’impossibilità di riunire i cristiani: messe online (Bétharram- Notre-Dame, Cerreto, Pibrac, Pistoia, Shefaram) o trasmesse per radio (Adiapodoumé, Dabakala), messaggi augurali del parroco tramite video (Langhirano) o tramite e-mail (St- Palais), pagine dedicate sui social network, pensieri spirituali tramite messaggistica istantanea, contatti telefonici con i parrocchiani… Il calendario dei vicariati è stato stravolto: sospensione della visita canonica del Superiore Generale in Italia, cancellazione della Visita Canonica in Costa d’Avorio o dubbi sulle assemblee programmate (Francia-Spagna del 14 maggio). Da una videoconferenza all’altra, il Consiglio Regionale fa il punto sulla situazione e prevede possibili “piani B”. Su entrambe le sponde delle Alpi, le assistenti amministrative del Vicariato hanno iniziato lo smart working, lo stesso vale per l’animazione missionaria dell’Associazione “Amici di Betharram – ONLUS”. Oltre ai religiosi che svolgono un ministero nell’ambito della salute, uno dei pochi “betharramiti in uscita”, in senso letterale, è Fr. Émile Garat: ogni giorno lascia la casa Etchécopar per prendere il suo posto al supermercato di St-Palais, visto che il settore alimentare è un’attività vitale per la società». Interessante pure il rapporto di padre Alessandro Paniga, cappellano a Solbiate Comasco della Rsa locale:  «Mi duole il fatto che non posso più salutare malati e anziani e dare loro la mano come facevo prima, quando li visitavo o li incontravo in chiesa prima delle funzioni religiose. Ora non possono neanche ricevere l’Eucaristia. Tutte le mattine celebro la santa Messa con i frati e le suore qui residenti. Il nostro confratello P. Giulio Forloni qui ricoverato sta bene. Chiedo di lui tutti i giorni. Lo posso incontrare la domenica quando celebro la Messa in cappella insieme ad altri cinque sacerdoti anche loro qui ricoverati. A mezzogiorno quando vado a mangiare al ristorante incontro un gruppetto di ospiti per il pranzo. Li saluto tenendomi a debita distanza e con la mascherina. Di tanto in tanto faccio scivolare nelle loro mani un foglietto con una preghiera o un pensiero spirituale…». «Tutto sommato – continua però padre Jean-Luc – è tempo di unità e di interiorità, in ogni senso della parola. Malgrado le limitazioni, tra le quali le principali sono quelle di celebrare a porte chiuse e di essere privati di qualsiasi apostolato diretto, i religiosi hanno approfittato delle opportunità della situazione: una ripresa della vita fraterna; un’esperienza inedita di intercessione e di solidarietà; una rivalutazione dei nostri stili di vita e d’interazione con il mondo; una rinnovata sensibilità per i più fragili; una rifondazione personale e comunitaria sul Cristo, nostro rimedio, nostro modello, nostra Speranza». Gli fa eco padre Gustavo Agìn che lancia anche una proposta: «Alcuni avranno l’opportunità di fare spazio perché nelle adiacenze delle nostre case, a volte vuote, siano alloggiati alcuni fratelli afflitti da diverse necessità. È un gesto di solidarietà che molte congregazioni stanno compiendo su richiesta delle autorità civili e diocesane. Con discernimento e le dovute precauzioni, possiamo essere solidali come lo sono stati altri betharramiti in tempi di pestilenza e di intemperie, servendo coloro che soffrono le conseguenze di un mondo che si sente infermo e chiede aiuto»