L’esempio di padre Andrea

È padre Andrea Antonini, 93 anni e decano dei padri betharramiti d’Italia, il protagonista dell’editoriale firmato dal superiore generale nel nuovo numero della Nef. Padre Gustavo Agìn lo ha incontrato ad Albiate dove l’anziano religioso risiede, durante la visita canonica che il superiore generale ha subito dopo dovuto interrompere per l’avanzare della pandemia. «Al termine del racconto di padre Andrea (che potete leggere per intero sulla Nef, vale la pena!) ero ammirato – scrive padre Gustavo Agin – rapito dall’esperienza vissuta più di 65 anni fa e che mi raccontava così, tra i sorrisi. Un’emozione segreta mi sconvolgeva, perché padre Andrea nel suo racconto mi aveva segnalato persone care e luoghi remoti che avevo conosciuto. La sua evocazione mi aveva permesso di ritrovare un Betharram che, nonostante tutto, è ancora vivo, non solo nella memoria di un passato intessuto di atti eroici, ma anche in un presente appassionato, che rifiuta di morire, e in cui ritornano in permanenza l’obbedienza per amore e la fraternità verso tutti. Ho scoperto in una storia generica che tutti eravamo considerati fratelli. Persone così diverse, in cui il carisma comune è riuscito a unire stranieri e nativi; liberi e schiavi, quelli della città e quelli della periferia. Tutti fratelli! Ho anche sentito il contrasto di fronte a fratelli che tendono a porre tante condizioni per obbedire senza riserve, per andare in missione, per lasciare il loro luogo di comfort, per svolgere compiti poco gratificanti, o anche per accogliere il diverso… Mi sono detto: una famiglia religiosa che non sa sacrificarsi testimoniando la vocazione nella missione va verso la morte. Un Betharram in cui non c’è obbedienza e si impone la disunione, va incontro alla morte. Per San Michele “lo spirito di insubordinazione” è sempre stato il virus più letale. Quanti ostacoli, anche oggi, devono affrontare i responsabili dell’animazione della Congregazione per la mancanza di “spirito religioso”. Dopo aver ascoltato padre Andrea, ho sentito tornare in me quelle forze interiori sempre minacciate dalle croci della posizione. Ammirato da quel missionario di 93 anni, quel “piccolo grande uomo che stava davanti a me”, ho evocato in un istante quello spirito che ha animato e anima tanti missionari di Betharram ad “uscire senza indugio”. Molti di loro sono tra noi oggi! Poi mi sono avvicinato e gli ho detto, a voce alta, all’orecchio: Posso farti una foto? Ha accettato senza esitazione. Poi gliel’ho mostrata perché mi desse il suo parere. Gli è piaciuta e mi ha detto maliziosamente: “Questa è migliore di quella che mi avevi fatto prima”. Quello che probabilmente non sapeva è che, più che il dolce ricordo della sua immagine suggestiva, quello che volevo veramente era strappargli un pezzo di bontà dal suo cuore betharramita».