San Michele e l’arte dell’amicizia

Sull’ultimo numero del notiziario della congregazione, la Nef (che potete leggere qui) c’è la bella testimonianza di un padre betharramita italiano, da decenni “prestato” alla missione in America Latina. Si tratta di padre Giancarlo Monzani, attualmente nella comunità di Beltran in Argentina, che scrive a proposito del fondatore san Michele Garicoits: «Ciò più ammiro di lui è la sua capacità di costruire, con le persone, relazioni amicali: voleva loro bene. Narra la storia che molte volte si fermava a pranzare con i fra­telli, cantavano assieme, rimaneva con loro in cucina per lavare piatti e pentolami. Non vi dico come si pre­ sentava il guardaroba di quei pove­ri ragazzotti: un vero disastro. Alla Madre Superiora della comunità re­ligiosa di Igón chiede l’aiuto di una suora per organizzare l’armadio e mettere in ordine la biancheria. Ecco: in questi episodi leggo il vero cuore di San Michele. Come Gesù Incarnato si è fatto uomo per salvare un mon­do ostile e violento, così il santo di fronte a questi giovanotti: non si dà importanza, si fa semplice, disponi­bile, amabile. Li riceve per far loro del bene. Li capisce, restituisce loro quella dignità che il mondo aveva loro negato. Li raduna e insegna loro il catechismo. Tutti lo sentono come un padre. Chi è nato povero e ha sofferto privazioni, capisce chi vive nel bisogno, e scopre l’umilia­zione di una solitudine forzata. Anch’io vengo da una famiglia povera. Ho conosciuto, da bambi­no, il lavoro nei campi. E forse è que­sto l’aspetto che più mi avvicina al santo».