Essere a Bétharram significa, per un betharramita, tornare alle sorgenti della propria vocazione. È come ritrovare le radici che sostengono il presente, riscoprire la ragione profonda della propria consacrazione religiosa e sacerdotale e lasciarsi nuovamente interrogare dal carisma ricevuto.
Quando poi ci si raccoglie in silenzio nell’oratorio accanto alla stanza dove visse san Michele, la preghiera apre spontaneamente la strada alla memoria e il pensiero corre alle origini di san Michele Garicoïts, a Ibarre. Quasi senza accorgersene, si cerca di immaginare la sua vita tra queste colline, i suoi passi lungo le strade del villaggio, i sogni e le fatiche che hanno accompagnato la sua giovinezza.
Con questo spirito, fratel Angelo e padre Enrico, approfittando della loro presenza a Bétharram per l’incontro del Consiglio Regionale, hanno voluto trascorrere alcune ore a Ibarre, il paese natale del Fondatore.
La riflessione di fratel Angelo
«Il rientro in Italia di un missionario per un periodo di riposo e per ricaricare le energie è sempre un momento intenso, un vero e proprio ponte tra due mondi. Passare improvvisamente dai ritmi delle urgenze e dalla realtà profonda della missione alla quotidianità occidentale può risultare impegnativo. È normale avvertire una sensazione di “scollamento” e fare fatica a sintonizzarsi immediatamente con i discorsi, le preoccupazioni e i ritmi frenetici della vita di tutti i giorni.
Durante questo periodo di pausa, mi sono recato in Francia per partecipare al Consiglio Regionale e ho approfittato di un momento libero per visitare Ibarre insieme a padre Enrico.
Questa breve visita al paese natale del nostro Fondatore ha suscitato in me una costellazione di emozioni profonde, tutte radicate nell’essenzialità e nella radicalità del nostro carisma. Tornare a Ibarre significa ripercorrere i luoghi dell’infanzia di san Michele, dove hanno preso forma la sua straordinaria attitudine all’obbedienza e la sua grande generosità.
Entrare nella semplice dimora di Garacotchéa, che negli anni difficili della Rivoluzione francese offrì rifugio ai sacerdoti perseguitati, provoca sempre una profonda emozione. Qui san Michele ha respirato una fede autentica e ha imparato il valore dell’accoglienza vissuta con radicalità, nonostante la povertà della sua famiglia.
Visitare Ibarre significa tornare alla sorgente della nostra identità spirituale. È un’esperienza di spoliazione interiore, nella quale il silenzio dei Pirenei invita a ritrovare l’essenziale e a rinnovare, sull’esempio di san Michele, la propria disponibilità davanti alle chiamate della vita e alle sofferenze del prossimo.»
La riflessione di padre Enrico
«Varcare il portone e attraversare in silenzio i locali semplici ed essenziali di Garacotchéa, la casa natale di san Michele a Ibarre, suscita ogni volta un profondo senso di serenità e di gratitudine.
Si immagina Michele bambino, cresciuto in una casa segnata dalla povertà ma ricca di fede. Si pensa poi al ragazzo che dovette lasciare la famiglia per entrare al servizio di una famiglia di Oneix, custodendo nel cuore il grande desiderio di diventare sacerdote.
Viene spontaneo immaginare anche l’abbé Michel Garicoïts che, nelle rare occasioni in cui tornava alla casa natale, faceva visita al suo anziano padre, trattenendosi con lui tra il fumo di una pipa e il calore di un affetto che il tempo non aveva mai affievolito.
In luoghi come questo si comprende che il nostro carisma non è nato da idee o progetti, ma dalla vita concreta di un uomo che ha imparato a fidarsi di Dio fin dall’infanzia.
E mentre si lascia Garacotchéa, il cuore porta con sé qualcosa che continuerà ad alimentare e sostenere la nostra vita religiosa e il nostro ministero.»




