Il ricordo di un fratello

di padre Alessandro Paniga

 

Quando penso a fratel Fiorenzo Trivelli, che da poco tempo ci ha lasciato, riaffiorano alla mia mente tanti ricordi. Lo conosco da una vita, da quando (io nel 1953, lui nel 1954) entrammo in seminario a Colico per iniziare il nostro cammino verso la consacrazione al Signore nell’Istituto dei Betharramiti. È stato mio compagno di banco a scuola. Faceva fatica a studiare, a ritenere le nozioni necessarie per un percorso intellettuale che richiedeva la formazione alla vita sacerdotale. Anche se capiva che non riusciva negli studi il suo desiderio era comunque quello di consacrarsi al Signore nella vita religiosa. Per questo scelse la vita consacrata come religioso fratello (come fratello laico o converso come si diceva una volta), di chi cioè si donava al Signore come religioso senza raggiungere il sacerdozio. Sull’esempio di tanti fratelli che nella vita religiosa si sono distinti per la loro semplicità, fedeltà, generosità e santità di vita come san Gerardo Maiella, Martino de Porres, Felice da Cantalice e tanti altri religiosi che pur non essendo sacerdoti hanno lasciato una forte impronta nella vita delle loro comunità e della Chiesa, anche Fiore (così lo chiamavo) o Capo (come lo chiamavano tutti) ha lasciato un segno di dedizione nel servizio alla comunità. 

 

Quanto lavoro manuale ha portato avanti soprattutto nella nostra azienda agricola di Monteporzio. Quanta fatica per aiutare economicamente la comunità. Negli anni 1978-1981 in cui sono stato superiore a Monteporzio si faceva fatica a vivere sotto l’aspetto economico perché eravamo in tanti: una ventina di chierici che andavano a studiare a Roma, una decina di Padri e Fratelli. L’unico sostentamento o quasi era la vigna, l’uliveto, l’allevamento dei maiali, delle galline ovaiole e dei conigli. P. Andrea Antonini che è stato economo della comunità per tanti anni sa benissimo le difficoltà economiche nel portare avanti una comunità così numerosa. E Fiore ha dato un grande contributo lavorando sodo, senza mai lamentarsi, vivendo da vero religioso. Come dovette essere stato doloroso anche per lui la morte di fratel Bepi a cui era molto legato avendo vissuto insieme per tanti anni a Monteporzio nel servizio generoso e fedele alla comunità. Era gioviale e di buona compagnia soprattutto quando c’era da bere un buon bicchier di vino nel nostro tinello. Era anche molto devoto. Era sempre presente alle pratiche di pietà della comunità, Gli piaceva tanto partecipare alle celebrazioni solenni in san Pietro. Mi ricordo che accompagnava spesso il nostro P. Enrico Mariani a Roma per partecipare insieme alle funzioni religiose. Ricordava sempre con piacere quella volta in cui accompagnò P. Enrico in san Pietro per una celebrazione importante. P. Enrico voleva mettersi avanti ma non aveva il biglietto necessario. Allora P. Enrico imperterrito si fece avanti e con il linguaggio che solo lui sapeva esprimere, fece intendere agli addetti di essere di una delegazione straniera e che fra Fiorenzo era il suo segretario, E così poterono partecipare alla funzione ai posti d’onore riservati alle delegazioni straniere. Quando ricordava questo fatto Fiore rideva di gusto. Gli piaceva ogni anno con il suo amico Bepi e gli altri nostri religiosi fratelli andare agli Esercizi Spirituali a Cascia. Ne parlava sempre con grande entusiasmo. E mi ricordo quella volta in cui tenni per i fratelli Fiorenzo, Bepi, Severino, Claudio e Marcello un corso di ritiro spirituale presso la comunità cistercense a Casamari. E’ stata una bella esperienza per tutti.

 

Il suo lavoro era soprattutto sul trattore quando doveva trasportare i bigonci pieni d’uva dalla vigna alla cantina , quando arava e passava tra i filari con fierezza. Non mi posso dimenticare quella volta in cui quasi ci lasciò le penne; quando il giorno di san Michele, nostro Fondatore, volle andare in vigna con il trattore. Ad un certo punto, per il terreno scosceso, il trattore si impennò e si mise in bilico su un fianco con il pericolo di schiacciarlo, ma ne uscì indenne. Arrivò in comunità bianco come un lenzuolo per il pericolo scampato. Un buon bicchierino di grappa lo rincuorò ed io lo rimproverai per essere andato quel giorno in vigna, ma abbiamo ringraziato insieme il Signore per lo scampato pericolo. Un’altra volta se la vide brutta quando in vigna, sempre sul suo trattore, gli venne sete. Non aveva portato niente da bere, però trovò una bottiglia con dentro un po’ d’acqua e la bevve. Ma stette male per alcuni giorni per l’acqua inquinata che aveva ingerito. E pensare che  lui preferiva sempre il vino all’acqua. Quella volta gli andò bene. Mi vengono in mente i viaggi che facevamo insieme con il nostro furgone da Monteporzio nel nord Italia per portare il vino ai diversi clienti che avevamo. Viaggi lunghi e faticosi: si partiva alle tre del mattino per arrivare a Milano poco prima di mezzogiorno e poi andare dai diversi clienti a portare il vino richiesto, vino che avevamo in botticelle e in bottiglia lo spumante. Una volta la polizia ci fermò e voleva portarci alla pesa. Lo sapevamo che eravamo in sovrappeso ma bastò che Fiorenzo desse loro qualche bottiglia di spumante che tutto si aggiustò. Una volta avevamo bucato sull’autostrada proprio in galleria. Guidavo io; che fatica per arrivare alla fine della galleria con la gomma ormai a pezzi per cambiarla e per di più sotto l’acqua. Un giorno eravamo in Valtellina a portare il vino a Dazio, un paese di montagna. Nevicava forte e non avevamo le catene. Ci siamo raccomandati a tutti i santi per poter scendere al piano incolumi. Grazie a Dio andò tutto bene. Fiore parlava poco ma si impegnava tanto. Anche in comunità era di poche parole ma tutti gli volevano bene per la sua semplicità e la sua generosità. Se c’era qualcuno da portare alla stazione o all’aeroporto lui era sempre disponibile a fare da autista. Quanti religiosi, e io prima di tutti, devono ringraziarlo per il servizio svolto.

 

Era molto legato alla sua famiglia d’origine, soprattutto ai suoi nipoti. Mi ricordo quando li portava a Monteporzio per i mesi estivi di vacanza. Io portavo mio nipote e insieme ci si divertiva un mondo. Si andava insieme a Roma, si facevano belle passeggiate. Bei tempi! E ha lavorato tanto, ha sudato tanto, ha faticato tanto per le nostre comunità. Fin quando le forze l’hanno sostenuto non si è mai tirato indietro. Me lo sono ritrovato qui ad Albiate quando arrivai come superiore della comunità. L’ho visto dimagrito, sofferente ma sempre sereno. Ha partecipato sempre agli incontri comunitari fino a quando le forze l’hanno sostenuto. Mi ricordo il giorno del suo ottantesimo compleanno, 14 dicembre scorso. Gli facemmo festa ed era contento. Mi disse che aveva ricevuto una trentina di telefonate da chi gli faceva gli auguri. Era arrivato qui nella nostra comunità sei mesi fa per controlli e accertamenti. Io ho cercato di aiutarlo come potevo in questi ultimi tempi, prima di andare all’ospedale di Carate e poi all’hospice della clinica Zucchi dov’è spirato. Quante volte mi ha detto che era stanco, gli facevano male le ossa, soprattutto le gambe. Un paio di volte l’ho trovato per terra, ma lui non si lamentava. L’unico suo rammarico era quello di non poter tornare alla sua comunità di Monteporzio. Non riusciva a capire perché mai le cure e le visite fossero così lunghe, che non finivano mai. Mi commuove ancora il ricordo di quando, almeno un paio di volte, me lo trovavo il mattino con la valigia pronta per partire e tornare a casa. Sentiva forte il desiderio di riprendersi la sua vita in comunità. Ora ha raggiunto un’altra casa, un’altra comunità, quella a cui tutti aspiriamo, quella del cielo. Il Signore lo ricompensi per il bene compiuto. Grazie fratello, per quanto hai fatto per il buon Dio e le nostre comunità, nell’attesa di ritrovarci un giorno in paradiso. A Dio, fratello.