«Padre Massimo: un prete che sapeva ascoltare»

All’esequie di padre Massimo Motta, scomparso lunedì scorso all’ospedale Spallanzani di Roma per complicanze legate al Covid, non potranno partecipare i confratelli della comunità di Monteporzio Catone dove il religioso risiedeva. A Villa del Pino, infatti, i padri betharramiti sono ancora in isolamento dopo aver contratto il virus e così padre Mario Longoni, superiore della comunità, non ha potuto far altro che scrivere un ricordo del confratello defunto, che qui pubblichiamo.

 

«Credo che chi ha vissuto con padre Massimo possa capire meglio quando dico che è stato una figura sui generis, sia come persona sia come sacerdote e religioso. Ha vissuto la sua condizione fisica con una forza e una caparbietà tale che gli ha permesso di raggiungere obiettivi ambiziosi per la sua vita, anche se questo ha significato molti sacrifici e qualche compromesso per lui e per chi ha vissuto con lui. Pastoralmente ha sempre ambito avere un posto nella parrocchia e ad animare gruppi di catechesi e ‘laboratori della fede’, come amava chiamarli lui, non potendo fare di più nelle celebrazioni liturgiche e nelle attività parrocchiali. Aveva il prezioso dono dell’ascolto tanto da dedicare ore a lunghi colloqui e da tenere quotidianamente la lista degli appuntamenti. Un servizio che lo teneva impegnato ad oltranza, a volte anche a scapito della sua stessa salute e della vita di relazione con la comunità e i confratelli. E forse la comunità di Monte Porzio è stata per lui la provvidenziale collocazione nella quale ha potuto trovare la sua modalità di vivere la vita religiosa e di contribuire alla vita della Congregazione. Molto preparato e sempre propositivo, attento alle vicende dei confratelli, sapeva ben contribuire, con le sue analisi, alla riflessione comunitaria sulla vita comune anche se poi abbiamo dovuto cercare un faticoso equilibrio sopra la Regola di Vita. Sono certo però che di padre Massimo dovremo scoprire ancora molto tra tutto quello che è ben custodito nella sua camera simile a uno scrigno ripieno, nel momento in cui l’apriremo per raccogliere la sua eredità spirituale».