San Michele: dal forte… la dolcezza

di padre Alessandro Paniga

 

Onoriamo oggi il nostro fondatore san Michele Garicoits e lo facciamo ringraziando il Signore per averlo dato alla Chiesa e alla nostra famiglia religiosa, impegnandoci a imitarlo sulla via della santità che lui ha percorso generosamente e che anche noi siamo chiamati a seguire dietro il suo esempio.

 

San Paolo nella lettera ai Colossesi ci dice: “Rivestitevi dunque, come amati di Dio, santi e diletti, di sentimenti di misericordia, di bontà, di umiltà, di mansuetudine, di pazienza;  sopportandovi a vicenda e perdonandovi scambievolmente, se qualcuno abbia di che lamentarsi nei riguardi degli altri. Come il Signore vi ha perdonato, così fate anche voi”. (Col.3, 12-14).   

 

Come la bontà, l’umiltà, la mansuetudine, la pazienza si addicevano a san Michele? “Un autentico basco, forte, instancabile, un vero lottatore, un “atleta di Dio” – come aveva scritto don Giovanni Barra nel suo libro su di lui,- “spalle quadrate, muscoli frementi, mento pronunciato, due occhi vivaci, penetranti, profondi”. Anche p. Pierre Duvignau lo descriveva così: “Fino al termine della sua vita porterà nel suo fisico i tratti del montanaro: viso dal taglio austero, largo di spalle, pugno terribile, con un colpo solo sfondò un tavolo, sangue generoso e pronto a bollire; il suo istinto battagliero lo portava ad abusare delle sue forze”.

 

P. Pietro Estrate, in una lettera del 6 luglio 1886, a P. Augusto Etchècopar, delineò  diversamente la figura di san Michele: “Come posso dipingere la sua angelica figura a più di 20 anni dalla sua morte? Vedo ancora quello sguardo dolce e amabile; quella testa un po’ inclinata come per darti il bacio di pace; quel portamento maestoso, ma in certi momenti vivace; quel sorriso che sempre era pronto ad accoglierti; quella pazienza nell’ascoltarti; quel tono soprannaturale che sempre sbocciava dalle sue labbra; quella sollecitudine per la santità altrui; quel bisogno di far piacere. Odo il suo riso schietto fatto di semplicità e di sincerità; l’accento grave e commosso delle sue preghiere; le sue conferenze sempre istruttive e interessanti; il suo forte grido contro il male, il disordine, l’ostinazione … Vedo la sua figura immobile in adorazione davanti al tabernacolo; la sua ineffabile pietà nella celebrazione dei santi Misteri; la sua profonda umiltà che lo spingeva a ripensare con gioia alle sue umili origini e alla sua condizione di domestico; la sua mortificazione nella scelta del cibo … Che cosa posso dire di più? Il ricordo del nostro buon Padre è per me come un profumo composto dalle  essenze più squisite e tutte ricolme di fede, di carità, di umiltà, di zelo, di obbedienza, di sacrificio, di amabilità, di forza, di silenzio, insomma di tutte le virtù che formano i santi”.

 

Già, perché così era diventato san Michele, che un giorno aveva detto di se stesso:  “Senza il buon Dio e mia madre sarei diventato un poco di buono”. Un giorno rispose ad un confratello che si lamentava di certe difficoltà nella vita di comunità: “Credi forse che io non abbia sangue nelle vene? E mi lasciassi andare al mio temperamento basco, povero me!”. Con l’aiuto di Dio, dei suoi genitori e dei suoi insegnanti vincerà il suo carattere focoso e ribelle e diventerà dolce ed affabile. Alcune persone che hanno conosciuto San Michele hanno detto di lui nelle testimonianze per la canonizzazione:
   Nato con un carattere violento, aveva saputo dominarlo totalmente. Già ad Aire (in seminario) era lodato per la sua cordialità e per la sua dolcezza.
   – Il temperamento di padre Garicoits era forte, con una grande tendenza alla vivacità e
all’impetuosità. Ma, a forza di atti virtuosi, si rese assoluto padrone di se stesso,  a tal punto che non si notò mai in lui alcun segno di collera; anzi, sembrava avere come qualità caratteristiche la dolcezza e la bontà. Lo si chiamava “il buon padre Garicoits”.

 

Di lui disse padre Domenico Mariotte, sacerdote oratoriano:
L’impressione che mi ha lasciato, e che per me è la sua caratteristica, è questa: Sapeva unire all’ardore del fuoco la soavità dell’olio. La sua conversazione infatti irrompeva come la fiamma e si infiltrava come l’olio, era l’unione, in grado eminente, della forza e della dolcezza”. E il papa Pio XII, il giorno seguente la sua canonizzazione nell’Udienza generale del 7 luglio 1947, disse:Se si studia la figura di Michele Garicoits, la sua storia e la sua psicologia, si ha l’impressione di trovarsi di fronte ad una di quelle acqueforti che per la nitidezza tagliente dei tratti incisi nel rame, per il chiaroscuro che oppone la vivacità delle luci e la profondità delle ombre, sono adatte ad esprimere la marcata fisionomia d’un carattere forte… La forza di vincersi ha messo la dolcezza della grazia nella rude natura del montanaro dei Pirenei. Con la povertà, ben capita e amata ha accolto il suo inseparabile corteo di umiltà e di mortificazione, di abnegazione, di zelo, di carità e si è compenetrato nello stesso tempo d’una tale bontà, che si poteva bene adattargli l’espressione biblica: “dal forte … la dolcezza (Gd. 14,14)”.


“Dal forte…la dolcezza”: il papa prese spunto dal libro dei Giudici (14,14) quando Gedeone uccise il leone e mangiò il miele che lo sciame di api aveva posto nella sua carcassa. Dal forte Michele è uscita la dolcezza della carità. E’ per me l’immagine più bella e più significativa di san Michele: “Forza e Dolcezza”.

 

Il nostro Fondatore diceva: La carità vera è forte e dolce nello stesso tempo: sa unire l’amore delle persone all’odio del vizio; essa è piena di condiscendenza, ma nessuna vile complicità”. Ascoltiamo un testimone per la sua canonizzazione: “Era rinomato per la prudenza, per il coraggio, che non retrocedeva davanti a nessun ostacolo, per la dolcezza e la sobrietà”. E un altro: “Possedeva un grande controllo di se stesso e si adattava ai caratteri più diversi, così come si conformava alle circostanze più penose. Sapeva prendere i soggetti più difficili con grande pazienza e prudenza, e sapeva trarne il meglio. Faceva uso di tutta la sua energia per segnalare alla comunità gli abusi, il cattivo spirito e tutto quanto poteva pregiudicare il bene della comunità e dei suoi membri. Il controllo che aveva di se stesso gli faceva tenere nascoste le pene e i dispiaceri che non voleva far conoscere”. Un altro vedendolo mite come san Francesco di Sales, non potè trattenersi dal dire: ”Mio Dio, quanto quest’uomo deve farsi violenza per mostrarsi così mite, così umile, così amabile, con un carattere tanto impetuoso”. Credo che san Michele ammirasse particolarmente la virtù della mitezza nel sacro Cuore di Gesù, lui che sapeva lo sforzo richiesto da una simile pratica, lui che aveva tanto faticato a vincere la violenza del suo carattere tenace, focoso. Lottò con passione per assomigliare sempre più al suo Maestro che aveva detto: “Prendete il mio giogo su di voi e imparate da me che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per le vostre anime”. (Mt. 11,29-30). Per questo san Michele propone il Cuore di Gesù come nostro modello: “Modesto nel comportamento esteriore … sempre mite e affabile, sempre attraente per la sua mitezza … non faceva mai del male a nessuno; passava facendo del bene a tutti; anima candida che diceva schiettamente la verità … Gesù è mite con tutti: con il servo che lo schiaffeggia, con Giuda che lo tradisce, con i carnefici che lo crocifiggono. Quale infinita dolcezza nei confronti dell’adultera!. Donna, dov’è chi ti accusa? Nessuno ti ha condannata? Neanch’io ti condanna. Va e non peccare più”. Prendiamo quindi lo spirito della dolcezza come il vero spirito del cristianesimo”. Per questo il nostro santo raccomandava “che il confronto con il divin Cuore ci stimoli a farci, a renderci, a mostrarci miti e umili di cuore, nell’attesa di esserlo e nell’impegno di diventarlo. Preghiamo e comportiamoci così”. Per chi vuole seguire da vicino il Maestro mite e umile di cuore, san Michele raccomandava di tenere questo atteggiamento: “Una mitezza simile a quella di Gesù Cristo: che provenga da un principio di fede e non dall’interesse o dal temperamento; una mitezza fondata sulla carità che rende miti nell’amore verso il prossimo, e sull’umiltà che suscita in noi la mitezza attraverso la coscienza del profondo bisogno che abbiamo tutti di indulgenza. Tale mitezza deve essere prima di tutto interiore, altrimenti non sarebbe altro che una finzione; deve essere universale, in ogni occasione piccola o grande, quotidiana o saltuaria, improvvisa o prevista. Nessuna contraddizione indispone la vera mitezza, nessun biasimo la turba, nessuna offesa la irrita, nessuna cattiva condotta l’affligge. Senza preferenze per nessuno, senza mormorare, senza superbia, senza disprezzo, senza urtare nessuno …”  Questa è la mitezza che viveva e predicava san  Michele  ispirandosi al suo divin modello, il sacro Cuore di Gesù. “Malgrado l’ardore del suo temperamento, mai – dicono i testimoni lo si è visto perdere la calma, lasciarsi andare ad un gesto di stizza (eccetto quella volta che spaccò il tavolo con un pugno). Mai lo si è visto di cattivo umore. Sapeva dominarsi. Era sempre pronto a ricevere chiunque con affabilità e con il sorriso sulle labbra. Sapeva essere rispettoso con tutti. Lui metteva in pratica quello che diceva ai suoi confratelli: “Mostriamoci in tutto umili, docili, pazienti, sopportando i caratteri più difficili con carità; nutriamo per tutti un grande affetto e  una grande stima … e agiamo sempre con dolcezza”.                                                                                                                                                                                                                                                       

Per me è significativo il racconto di lui che va a visitare il laboratorio dove lavoravano i fratelli laici. Quando entrò, il fratello responsabile del lavoro, forse per malumore o cattiva educazione gli domandò, in tono piuttosto seccato che cosa fosse venuto a fare. San Michele con uno sguardo amabile e un sorriso disarmante gli rispose: “Avevo piacere di vederti!”. Possiamo immaginare la faccia di quel poveretto.

 

Diceva: “Sforzatevi di soffrire tutto dagli altri e di non fare soffrire nessuno. Se vogliamo che gli altri siano contenti di noi, cominciamo noi a renderli contenti!”. Racconta un testimone al processo di beatificazione: “Quello che mi ha colpito di più in lui è stata la sua grande carità verso tutti. Mai ho sentito uscire dalla sua bocca una parola cattiva contro chicchessia. Nei rapporti personali egli era sempre pieno di dolcezza e di mansuetudine”.                                  

 

San Michele aveva un sacro rispetto per le persone. “La carità, diceva, possiede una sollecitudine quasi gelosa della riputazione altrui. Di questo ci si dimentica troppo facilmente”. Non sopportava la maldicenza, la critica distruttiva, il pettegolezzo, il parlar male degli altri. “Nessuno, diceva, va esente da difetti. Ma non è dei difetti che si deve tener conto. Se emergono delle qualità, è su queste che bisogna puntare; è per esse che bisogna stimolare le persone “. E ancora diceva, e questa è la logica dei santi : “La carità vera sta nell’essere severi con se stessi, ma comprensivi con gli altri… Tutte le nostre parole siano dolci, benevole, pacifiche. Se ci scappa qualche parola dura riconosciamolo subito domandando umilmente perdono a Dio e ai fratelli”. È l’immensità della carità di cui tante volte aveva parlato. Queste cose il nostro Fondatore le diceva perché le viveva. Dal forte la dolcezza. Dal forte Michele è scaturita la dolcezza della carità di Cristo. Dal nostro cuore, per intercessione di san Michele, scaturisca la fortezza di Dio e la dolcezza di nostro Signore.